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ANPI
Cividale del Friuli

1° maggio 26: commemorazione
dei partigiani caduti per la
Liberazione di Cividale

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Discorso al cippo dedicato ai caduti per la Liberazione di Cividale (Rugo Emiliano)

La città di Cividale del Friuli, il 1° maggio 1945, 81 anni fa, è libera del nazi-fascismo e dalla occupazione tedesca ad opera delle sole forze partigiane italiane, garibaldine osovane, e slovene. Chi vuole continuare in questa polemica è in malafede e in questi anni lo abbiamo dimostrato con un Convegno a Cividale e denunciando la collocazione del “Reggimento alpini Tagliamento” come formazione alle dipendenze dei nazisti macchiandosi essa di crimini efferati nel Friuli orientale, in Benecija e in Slovenia.
Un lungo percorso, grazie all’apporto degli antifascisti cividalesi, ci ha consegnato la democrazia legata agli ideali di pace e libertà. Un percorso costellato dal sacrificio di donne e uomini che, consapevoli di mettere in gioco le proprie esistenze, si sono spesi fino all’estremo sacrificio della vita per questi ideali dei quali oggi noi siamo beneficiari nella consapevolezza che il bene alla fine prevale sempre sul male.
E’ necessaria partecipazione, consapevolezza e determinazione per evitare che quanto conquistato dalle precedenti generazioni non vada perduto: pace, libertà, democrazia, lo vediamo nella nostra attualità sono in pericolo… in grave pericolo.
E’ sufficiente guardare alle guerre che insanguinano il Medio oriente, l’Ucraina, o al genocidio del popolo palestinese in atto da parte delle destre al governo in Israele… senza voler entrare nel merito dei numerosi conflitti armati in corso in paesi del terzo mondo e a quelli ulteriori che potenzialmente si delineano all’orizzonte. Questioni che pongono tristi interrogativi sul futuro stesso dell’umanità.
Utilizzare il predominio e la forza militare o strangolare economicamente un altro popolo anziché utilizzare la forza del dialogo, della cooperazione, significa avere una idea imperialista e neocoloniale del nostro Mondo, Si saccheggiano risorse ai paesi poveri, schiacciandoli nella loro condizione di povertà e miseria. Una questione che non siamo solo noi a sollevare insieme ad altre sparute associazioni di carattere solidaristico e umanitario ma che è anche una posizione espressa della Chiesa e che attende di essere un grande movimento popolare espresso, per esempio, con la grandissima partecipazione la scorsa estate alla marcia Perugia Assisi.
Questo schema liberale, con altri esiti, si ripropone anche nei paesi ricchi del Mondo, all’interno delle stesse società ritenute più avanzate del pianeta. E’ lo schema che pone l’individuo al centro senza prevedere forti politiche sociali a sostegno dei più deboli, politiche che possono essere realizzate adeguatamente solo dallo Stato che è per definizione un soggetto collettivo. E’ evidente a tutti noi l’aumento delle diseguaglianze, il divario tra i pochi detentori di grandi ricchezze e una massa di popolazione costretta a operare in condizioni di lavoro precario, poco retribuito, non garantito neppure nel breve periodo e spesso svolto in condizioni di mancanza di adeguata sicurezza. E’ ancora elevato il numero dei morti sul lavoro. Morti di cui oggi quasi non si parla privilegiando sui Media vicende giudiziarie tipo Garlasco o la famiglia del bosco…
Questo ci segnala anche la grave crisi dell’informazione nel nostro paese, uno degli elementi che caratterizza il livello di Democrazia e Libertà di un paese. Il nostro, la notizia è di poche ora fa, è ulteriormente scivolato nella classifica di Reporters sans frontieres dal 49° posto del 2025 al 56° ma solo nel 2020 si trovava al 41° posto! Per intenderci il 55° posto è occupato dall’Ucraina… un paese in guerra e sottoposto alla legge marziale!
La somma di queste situazioni, guerra, contrazione delle libertà, diseguaglianze economiche e sociali (e sempre anche di genere) non può portare altro che tragedie come ben ci insegna la storia.
Un filo di speranza eppure c’è e c’è stato come ce lo insegnano i nostri antenati antifascisti che pur nell’oppressione della dittatura e nel turbine della guerra seppero guardare avanti e consegnarci la Repubblica, con il voto di cui quest’anno ricordiamo gli 80 anni e la Costituzione, che oggi noi dobbiamo quotidianamente difendere, salvaguardare e chiedere sia attuata nei suoi principi. 80 anni dal voto che è anche l’anniversario per il suffragio universale e che nonostante tutte le problematiche e i ritardi ancora evidenti segna uno spartiacque: l’ingresso delle donne nella vita politica e rappresenta la conquista al diritto di piena cittadinanza. Una conquista possibile solo grazie alla loro lotta per l’emancipazione e alla lotta di Liberazione.
Voglio oggi salutare degli ospiti, delle persone arrivate dalla lontana Argentina che oltre a fare un giro turistico nel nostro Paese stanno qui compiendo un viaggio nella memoria, un pellegrinaggio civile. Si tratta di Valentina Pasetti, qui presente oggi con i suoi famigliari che per la prima volta rientrano nei luoghi originari dei propri antenati.
Sono infatti gli eredi di Dionisio Redelonghi emigrato, come molti altri valligiani e connazionali, nel 1927 da Zapotok verso l’Argentina. Emigrati per necessità, per il lavoro, per sfuggire alla miseria in cui si trovavano le nostre terre così come accade oggi per molti diseredati del mondo che guardano all’Europa come a una possibile salvezza e spesso muoiono e sempre subiscono violenze in questo loro percorso per finire poi, spesso, in centri disumani di detenzione: i famigerati CPR.
Dionisio è il fratello di Marco Redelonghi, eroe della Resitenza, Comandante del II° Btg. del Briško Beneško Odred, operante nelle nostre zone, in Slovenia, in Benecia e nel Friuli orientale.
Si tratta di una formazione partigiana che opera portando in se il valore della Libertà in un concetto sovranazionale già di per sé antifascista. La formazione partigiana era infatti composta da 14 sovietici, 1 tedesco di Berlino, 8 italiani e friulani molti altri delle vallate slovene dell’Isonzo e della Benecija e anche 6 ragazze di cui 1 friulana. Quest’ultima è la partigiana Angelina Gerussi, infermiera, trucidata il 13 marzo 1944 a Bergogna.
Marco Redelonghi, lui stesso cadrà dopo aver compiuto una delle più rilevanti azioni partigiane nel Friuli orientale: la distruzione di ben 9 aeroplani nell’aeroporto nazista di Povoletto. Ferito, braccato dai nazifascisti, aiutato dalle popolazioni locali riuscirà a sfuggire per un po’ alla cattura ma poi cadrà insieme al compagno Avguštin Vrecar in combattimento. Ma come si addice alla barbarie i nazisti arriveranno a terrorizzare gli abitanti di Zapotok a torturare il fratello Natale e ad uccidere il padre Bernardo, mentre però Marco era già morto.
Il 3 maggio lo ricorderemo assieme ad Associazioni italiane e slovene e ricorderemo le sue imprese e i suoi compagni alla “Marcia Redelonghi” che si svolge da Stupizza a Bergogna.
Questo riallacciare i rapporti, oltre che sul piano famigliare e personale ha un valore collettivo è la riattivazione della memoria che da personale diventa percorso storico-politico significa anche riallacciare il passato con la nostra attualità.
L’Argentina è ora governata da una di quelle forze politiche che si richiamano ai valori cosiddetti sovranisti che promuove la compressione e l’annichilimento dello Stato applicando politiche di de-regolamentazione e pesantissimi tagli a beneficio della finanza internazionale ma a scapito di salute, ricerca scienza, istruzione, cultura, ricacciando l’umanità a modelli preindustriali. In questo percorso, Valentina, sono parole sue, non ricostruisce solo la figura del suo antenato ma si chiede quale sia la resistenza che lui e noi siamo chiamati ad attraversare.

viva il 1° maggio Festa del Lavoro--------------------------------------------viva la Resistenza

Discorso al totem dedicato ai due operai dell'Italcementi morti nella Guerra di Liberazione (spazio prospiciente la nuova sede di Civibank)

Con questo totem che ricorda la fucilazione di due operai della Italcementi alle Fosse del Natisone ricordiamo anche l’origine dell’antifascismo cividalese non quello svolto individualmente ma quello collettivo svolto dagli operai all’interno delle fabbriche dell’Italcementi, della Cementi del Friuli e dello stabilimento estratti tannici.
Nella primavera del 1932, nel decennale della presa del potere, il regime fascista aveva imposto al Paese l’autarchia. La tanto allora esaltata “quota 90” che doveva riequilibrare il rapporto di cambio con la sterlina inglese abbinata alla crisi internazionale del ’29 portò l’Italia, più di altri paesi a conseguenze dolorose, forte deflazione, riduzione dei salari, crisi delle esportazioni.
Nella fabbrica dell’Italcementi si lavorava solo tre giorni alla settimana, a turno, con l’obbligo però di presentarsi comunque tutti, al mattino, ai cancelli della fabbrica, per poi, per gli esonerati, far ritorno alle proprie abitazioni. Gravissime per gli operai le ripercussioni sul piano salariale e sulle condizioni lavorative, vivissimo il malcontento tra i cementieri e profondo il disagio nelle famiglie.
Agli addetti ai forni, che lavoravano già in condizioni spaventose, fu imposto di lavorare anche nelle due ore di riposo che intercorrevano tra una cavata e l’altra ma essi rifiutarono decisamente. Analoghe condizioni vivevano gli addetti allo scarico del klinker e i meccanici addetti ai mulini che lavoravano in un rumore assordante, nella polvere e nell’umidità.
Nel comitato di zona della cellula clandestina del PCd’I c’erano anche due operai dell’Italcementi, Sinuelli e Fiorese. Nella riunione svoltasi nel marzo del 1932 in Borgo Brossana in casa del compagno Edoardo Tosoratto si decise di attuare una iniziativa. Furono quindi clandestinamente stampati dei volanti e distribuiti all’interno delle fabbriche e pochi giorni dopo, durante l’ora di riposo, gli operai Manfè e Sinuelli parlarono agli altri lavoratori invitandoli a nominare una delegazione la quale avrebbe dovuto portare le loro istanze alla direzione della fabbrica. Il tentativo fu fatto ma le richieste furono subito respinte dalla direzione perché bisognava rivolgersi al sindacato fascista.
Il giorno dopo l’incontro, gli operai, furono convocati dal direttore Bollacasa che si produsse in elogi al duce esaltando le conquiste del fascismo… i risultati però non furono quelli da lui sperati così gli operai decisero per l’indomani di scioperare.
Fu un vero sciopero cui aderirono quasi tutti gli operai dell’Italcementi mentre nelle altre fabbriche, dove pure erano stati distribuiti clandestinamente dei volantini, fallì. Fu la dimostrazione che non bisognava attendere passivamente per non incorrere nella cieca e rabbiosa furia del regime che incarcerava, confinava, ammoniva, licenziava chiunque avesse il coraggio anche solo di esprimere una opinione diversa.
Gli operai si recarono in città e così tutti seppero che nonostante il regime fascista gli operai combattevano per i propri diritti e affermavano il diritto al dissenso. Una delegazione di una trentina di operai, su direttiva del PCd’I si recò all’albergo Leon d’Oro dove si tenne un comizio e dove si iscrissero al sindacato clandestino antifascista.
La notte stessa una nuova riunione della cellula comunista decise di chiedere alla direzione delle modifiche sostanziali al sistema di lavoro e di far nominare il comunista Manfè fiduciario di fabbrica del sindacato fascista. Qualche giorno dopo presso l’Albergo Friuli, allora in piazza Paolo Diacono, il sindacato fascista convocò una riunione dei lavoratori e su proposta dell’antifascista Giuseppe Brigai il compagno Manfè venne nominato nuovo fiduciario dell’Italcementi.
Mario Lizzero, allora membro della federazione comunista, ricorda che questo fu il primo caso in Friuli in cui venne sfruttata una organizzazione fascista per svolgere attività legale all’interno di una fabbrica a favore dei lavoratori. Anche se le condizioni di lavoro continuavano ad essere durissime alcuni miglioramenti vennero ottenuti e gli operai ebbero la certezza di avere un fiduciario legato ai loro interessi e non ai fascisti.
L’OVRA, la polizia fascista, però intanto svolgeva le proprie indagini per individuare i responsabili della mobilitazione sindacale e così, circa un anno dopo, 70 comunisti di Cividale vennero arrestati, 11 di loro furono condannati dal Tribunale speciale a pene variabili dai 3 agli 8 anni. Molti di loro combatterono poi nella Resistenza e molti caddero come il compagno Edoardo Tosoratto “Odo” Medaglia d’Argento al V. M. caduto nella destra Tagliamento e come i due operai ricordati dalla qui presente lapide degli operai dell’Italcementi.

Cividale del Friuli, 1 maggio 2026 

Luciano Marcolini Provenza

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