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Credo che
la mostra prodotta dall'ANPI provinciale di Udine e curata per
la parte storica dal prof. Flavio Fabbroni illustri bene e in
modo sintetico una vicenda su cui fino a pochi anni fa non c'erano
punti di riferimento e sui cui non c'era una trattazione organica
e approfondita.A tuttoggi non esiste un elenco completo degli
Internati Militari Italiani (IMI) e, a nostra disposizione, c'è
solo lelenco degli IMI deceduti in prigionia (circa mille
nelle attuali province di Udine e Pordenone). A cura dell'ANPI
è in corso un lavoro di raccolta di documentazione tramite
le famiglie che hanno avuto fra i loro cari qualche internato
per avere le memorie di queste persone, foto e eventuali documenti.
Tutto materiale che può arricchire quanto già a
disposizione degli storici.
La mostra procede in ordine di cronologico partendo dallentrata
in guerra dell'Italia fascista nel 1940 fino ad arrivare al riconoscimento
nel 1977 degli IMI come resistenti.
LItalia entra
in guerra impreparata (lo ammise lo stesso esercito) sia dal
punto di vista organizzativo che dal punto di vista dellequipaggiamento.
Quella dell'Italia è stata una guerra offensiva e le motivazioni
con cui i soldati parteciparono agli eventi bellici non erano
quelle dei ragazzi del Piave del 1918. Lo stesso consenso del
popolo italiano verso l'ipotesi di entrare in guerra era piuttosto
tiepido.
Mussolini entra in guerra per calcolo perché vede che
Hitler sta vincendo e l'ingresso in guerra a fianco dell'alleato
germanico permetterà di raccogliere i dividendi di una
vittoria che appare imminente in un conflitto che si prevede
di breve durata.
Un azzardo pagato caro dal regime e soprattutto dal popolo italiano.
L'Italia in breve si trova a combattere su più fronti
e le difficoltà si manifestano quasi subito: sul fronte
francese i progressi sono modesti, nei Balcani i tedeschi ci
salvano dal tracollo, l'Africa orientale è persa, ...
Nel periodo a cavallo fra il dicembre 1942 e il gennaio 1943
comincia la ritirata dalla Russia e lo sbarco alleato in Sicilia
del luglio 1943 fa entrare il fascismo in crisi. Nel mese di
luglio del 1943 il Gran Consiglio sfiducia Mussolini che, arrestato
dal Re, viene confinato sul Gran Sasso dove i tedeschi a settembre
lo libereranno. A fine settembre si costituisce la Repubblica
di Salò (RSI) al cui vertice c'è Mussolini ma che
di fatto è sotto tutela tedesca. Il governo Badoglio firma
l'armistizio a Cassibile in Sicilia e l'8 settembre 1943 l'armistizio
viene reso pubblico.
Lesercito formato da circa 2 milioni di effettivi con 450
mila uomini nei Balcani, quando viene a conoscenza della dichiarazione
di armistizio non riceve disposizioni precise e chiare sul da
farsi.
Lesercito è disorientato e isolato, mentre i tedeschi
avevano capito ben prima dell'armistizio che l'Italia stava cercando
un accordo con gli anglo-americani. Reagiscono in anticipo e
già ad agosto cominciano ad entrare in Italia truppe tedesche.
Qui da noi entrano attraverso il valico di Tarvisio e si posizionano
a Tolmezzo, Gemona, Tarcento. Il primo atto della Resistenza
avviene a Tarvisio dove le guardie confinarie della caserma Italia
non cedono le armi e resistono ai tedeschi per una giornata.
Il bilancio è pesante: 25 morti e altri 95 soldati deportati
in Germania.
I tedeschi si organizzano e arrestano circa 1 milione di soldati
italiani, altri non sono catturati perché riescono a fuggire
al sud o sono in Sardegna o altrove, molti entrano nella Resistenza.
Allinizio circa 250 mila riescono a fuggire dalle mani
tedeschi riuscendo a tornare a casa dopo aver dismesso la divisa
e ricevuto dalla popolazione abiti borghesi, altri si sono nascosti
presso famiglie contadine.
Dai Balcani partono
numerosi treni con militari italiani a cui si fa credere che
per loro la guerra è finita e che si rientra a casa. L'illusione
di tornare a casa spiega perché non c'è una reazione
e una resistenza ai tedeschi. I soldati salgono sui carri, portando
con se bici, borse e altri generi, agli ufficiali è lasciata
l'arma di ordinanza, si viaggia a portelloni aperti, ... Arrivati
al confine i portelloni sono chiusi, agli ufficiali è
tolta la pistola e dopo alcuni giorni di viaggio raggiungono
i campi di detenzione.
Le condizioni sono dure: poco cibo, poca acqua, freddo. All'inizio
c'è un po' di libertà e la disciplina non è
rigida.
Agli internati si propone di collaborare con la Repubblica di
Salò e, dopo un addestramento 6 mesi con esercito tedesco,
di tornate in Italia. Circa 80 mila aderiscono alle formazioni
che combattono per la Repubblica Sociale Italiana guidata da
Mussolini. Gli altri rimangono in prigionia e a loro si da l'opportunità
di ripensare la loro decisione anche mostrando la differenza
di trattamento riservata ai soldati collaborazionisti. Anche
alcuni ufficiali mandati da Mussolini cercarono di fare opera
di convincimento. I risultati sono molto modesti perché
la maggioranza degli IMI disse no.
Perché questi soldati, pur in condizioni difficilissime,
non vogliono continuare guerra a fianco di Hitler e Mussolini?
Io penso che questi uomini non volessero fare la guerra perché
non avevano le motivazioni per continuare anche perché,
fino a poco prima, avevano partecipato ad una guerra di cui non
avevano capito bene le ragioni. Si erano resi conto che in Jugoslavia,
Grecia, Albania avevano occupato territori altrui e che avevano
combattuto contro formazioni partigiane sostenute dalle popolazioni.
Gli ufficiali avevano altre motivazioni, avevano giurato fedeltà
al re e non a Mussolini e anche se Vittorio Emanuele III e il
suo governo avevano abbandonato Roma lasciando tutti senza disposizioni
e ordini precisi, per loro rimaneva un riferimento.
Le condizioni di
vita nei campi di concentramento era diversa per ufficiali e
truppa. La truppa stava da una parte, gli ufficiali e gli ufficiali
di alto rango da un'altra. Gli ufficiali non dovevano lavorare
e avevano tempo per scrivere diari, memoriali, fare foto, ...
I soldati italiani vengono avviati al lavoro coatto nell'industria
bellica, nell'industria pesante, nell'industria mineraria, nell'edilizia
e nel settore alimentare.
Le condizioni di lavoro degli IMI erano molto difficili, il vitto è insufficiente,
molti si ammalano e nell'agosto del 1944 gli internati malati
vengono mandati a a casa. Il loro rientro in Italia è
controproducente perché rivela alla popolazione quale
è il trattamento che è stato loro riservato in
Germania. I trasferimenti cessano perché la RSI non riesce
a giustificare quanto accaduto agli italiani detenuti dal loro
alleato germanico.
Gli internati sono liberati fra aprile e maggio 1945 in parte
dai russi e in parte dagli alleati. Allinizio non si organizza
il rientro e non ci si prende cura di loro, sostanzialmente si
dice loro di arrangiarsi. Rientrano in Italia fra l'agosto e
il settembre 1945 spesso in condizioni tali da non essere riconosciuti nemmeno dai
familiari. Rientrano in un territorio provato dalla guerra e
dalle distruzioni in cui le sofferenze patite dai civili non
erano state molto dissimili da quelle patite dagli internati.
Rientrano in contesti sociali fatti di piccole comunità
dove moltissime persone erano state favorevoli alla guerra e
avevano aderito con entusiasmo al fascismo. La loro storia avrebbe
raccontato dell'impreparazione alla guerra, delle umiliazioni
subite, della fame, del freddo, ...
Negli internati al rientro non c'è nemmeno una presa di
coscienza politica e le associazioni che a cui hanno aderito
come ex deportati hanno carattere apolitico e svolgonoo una funzione
prettamente assistenziale. Nelle attestazioni ricevute non c'è
nessun riferimento alla guerra fascista e al nazismo, la stessa
classe dirigente è fatta di persone riciclate spesso compromesse
con il regime fascista.
Nel 1977 una proposta di legge firmata fra l'altro dai senatori
Cengale, Saragat, Nenni, Terracini propone di parificare la Resistenza
di questi uomini alla Resistenza svoltasi in Italia e si da a
questa resistenza un valore politico (anche se forse la Resistenza
degli IMI aveva caratteristiche prepolitiche perché era
difficile attendersi una consapevolezza politica in giovani che
non avevano avuto sotto il regime l'opportunità di formarsi
una coscienza politica).
Per chiarire cosa stava cambiando negli anni '70 basta ricordare
che un ex IMI - nel 1967 aveva ricevuto una attestazione con
croce di guerra per internamento in Germania. La stessa persona
nel 1983, a firma Spadolin, riceve una attestazione in cui si
dichiara che "essendo stato deportato in lager e avendo
rifiutato la liberazione per non servire linvasore tedesco
e la Repubblica Sociale durante la Resistenza, è autorizzato
a fregiarsi ai sensi della legge 1dicembre 1977 n. 907 del destintivo
donore dei patrioti volontari della libertà".
nota della
redazione:
il testo proposto in questa pagina riporta i passaggi, a nostro
avviso, più significativi della presentazione di Adriano
Bertolini che ha collaborato alla realizzazione della mostra
inititolata "600.000 NO a Hitler e al suo alleato Mussolini".
elenco degli internati
militari
del Cividalese e delle Valli
del Natisone caduti durante
la prigionia in Germania
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