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Nota della
redazione: Ugo De
Grandis ha presentato a Cividale il suo libro "Malga
Silvagno. Il giorno nero della Resistenza vicenzina" (ed.
Grafiche Marcolin) che ricorda i tragici avvenimenti che
portarono all'eliminazione fisica di alcuni partigiani comunisti
da parte di un gruppo di giovani partigiani di orientamento moderato.
Una pagina drammatica che viene ben descritta dal lavoro di De
Grandis e che, come potrete facilmente immaginare, ha aperto
anche in Veneto un vivace dibattito.
Riportiamo sotto i passaggi più significativi dell'intervento
di Ugo De Grandis e segnaliamo un video dall'autore che ben illustra
gli avvenimenti.
video (parte
1) |
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video (parte
2) |
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Sulla vicenda di Malga Silvagno
è stato steso per quasi 70 anni un velo di silenzio omertoso
e complice e anche di recente, su alcuni giornaletti locali,
sono apparse delle ricostruzioni storiche che descrivono le vittime
di Malga Silvagno come dei criminali e degli ubriaconi dediti
al vizio, quasi a giustificare il loro eccidio.
Questa storia comincia nella seconda metà del settembre
1943 quando, in una malga sul monte Cogolin alle spalle dellabitato
di Fontanelle di Conco (comune di Valstagno), si forma un distaccamento
partigiano costituito da giovani che salgono sulle montagne e
quattro maturi militanti comunisti. i giovani che salgono in
montagna, dopo aver lasciato una prima base logistica in una
casa di militanti antifascisti socialisti a Marostica, provengono
principalmente da Marostica, Bassano e Vicenza. Raggiungono le
balze dellaltopiano e, su indicazione del parroco di Nove
di Bassano, arrivano alla canonica di Conco dove incontrarono
don Luigi Capellari.
Il sacerdote, prima di indirizzarli verso Casara Cogolin, li
istruisce al più puro attendismo dicendo loro di: non
apparire armati e non commettere grassazioni e delitti, mantenersi
quindi nella pura difensiva, pronti a scattare quando fosse richiesto
per la difesa della popolazione e per accelerare la liberazione
della patria.
I giovani si dirigono verso Malga Cogolin e incontrano, forse
il giorno stesso o la mattina successiva, il primo protagonista
di questa vicenda: Giuseppe Crestani.
Giuseppe Crestani era nato a Duisburg in Germania da genitori
dellaltopiano emigrati in giovane età per sfuggire
alla miseria. Dopo essere rientrato in Italia poco più
che adolescente, rimane per poco tempo nellAltopiano di
Asiago. Decide quindi di andare altrove perché le devastazioni
della i
Guerra
Mondiale, non permettevano di trovare né alloggio né
lavoro.
A 19 anni va a Torino dal fratello maggiore e comincia a lavorare
come cameriere in grandi alberghi spostandosi poi a Salsomaggiore
e a Napoli. Nel corso dei suoi spostamenti entra in contatto
con i funzionari del partito comunista clandestino (i cosiddetti
fenicotteri) che, facendo la spola fra Italia e Francia, portavano
materiale di propaganda, nuove idee e strategie.
Nel 1936 Crestani chiede il passaporto con il pretesto di andare
a trovare i fratelli in Germania, ma, oltrepassato il confine,
va ad arruolarsi nelle brigate internazionali che combattono
in Spagna. Si distingue nei combattimenti contro il golpisti
di Franco diventando comandante di compagnia.
Al rientro in Italia viene confinato a Ventotene dove viene liberato
dopo il 25 luglio 1943 e quindi rientra a Conco dopo essere passato
per Schio.dove prende contatti con i comunisti scledensi per
farsi dare un po di armi.
Poco dopo da Valstagna giunge il secondo protagonista di questa
vicenda: Tommaso Pontarolo (nome di battaglia Masetti) detto
anche Coarossa (termine veneto che indica il codirosso) per la
sua capigliatura fulva.
Tomaso Pontarolo era stato minatore in Francia, si era arruolato
nella Legione Straniera passando due anni in Algeria e, a fine
ferma, si era trattenuto a lavorare in una impresa di italiani
antifascisti con cui si mantiene in contatto anche dopo il rientro
in Italia quando va a lavorare nei pressi di Pola.
Qui viene intercettata la sua corrispondenza con lAlgeria
contenente anche giornali antifascisti. Arrestato, passa 5 anni
di confino a Ventotene, subito raddoppiati per essere rilasciato
solo dopo il colpo di stato di Badoglio.
Arriva quindi alla malga Ferruccio Roiatti chiamato dal posto
di comando di Canebola da Amerigo Clocchiatti che aveva ricevuto
da Pietro Roasio lincarico di organizzare le Brigate Garibaldi
nel Triveneto.
Amerigo Clocchiatti chiama a coadiuvarlo nellincarico Ferruccio
Roiatti, una persona che conosceva da anni e di cui si fidava.
Ferruccio Roiatti, nato a Cussignacco nel 1908 e noto come persona
tranquilla e grande lavoratore, comincia a maturare lavversione
al regime durante il servizio militare. Dopo il servizio militare
entra in una importante organizzazione comunista a Udine che
viene sgominata dopo una retata che porta in carcere una quarantina
di persone.
Roiatti, condannato a 8 anni di carcere e allinterdizione
perpetua dai pubblici uffici, sconta la condanna al penitenziario
di Civitavecchia, uno dei luoghi più duri del regime carcerario
fascista. Qui sarebbe dovuto rimanere 8 anni se non fosse intervenuta
lamnistia concessa dal re per la nascita di Vittorio Emanuele
(nipote di Vittorio Emanuele III). Dopo alcuni mesi sotto regime
di sorveglianza, assieme a Emilio Trangoni, un altro udinese
coinvolto con lui nella retata del 1934, si dirige verso il confine
italo-svizzero dove sono arrestati mentre stavano per andare
in Spagna.
Condotti a Udine, processati e condannati, Roiatti è destinato
al casa di lavoro di Imperia, successivamente è trasferito
a Udine, quindi al campo di internamento di Ariano Irpino e infine,
vista la sua irriducibilità, è confinato alle isole
Tremiti.
Sempre chiamato da Amerigo Clocchiatti, giunge al campo un quarto
militante comunista proveniente da Venezia di difficile identificazione
chiamato Zorzi o Maschio (probabilmente dei nomi di copertura)
di cui si sa molto poco; aveva passato i 40 anni, non era in
buone condizioni di salute e aveva problemi di sotto nutrizione.
Il fatto che nessuno abbia reclamato la sua salma fa pensare
a una persona senza genitori e senza fratelli.
Appena arrivati in montagna si stabiliscono subito le gerarchie:
comandante diventa Giuseppe Crestani, originario del luogo con
esperienza di guerra, mentre Ferruccio Roiatti diventa commissario
politico del battaglione.
Su questo gruppo così costituito pongono gli occhi tutte
le organizzazioni che erano sorte come funghi in quelle prime
settimane di occupazione tedesca. A Vicenza nel capoluogo ci
sono due comandi militari provinciali: quello ufficiale nominato
dal CLN in cui si riconoscevano tutti i partiti e un comando
militare alternativo denominato Comitato Militare Provinciale
Dalla Pozza in cui militavano molti esponenti della sinistra
vicentina. Un ruolo importante è ricoperto dalla Federazione
Provinciale del PCI che raccoglie denaro, armi, vestiario e viveri
per la Resistenza e per le Brigate Garibaldi del Veneto. Chi
fa parte di una organizzazione può fare parte anche dellaltra
e questo probabilmente crea qualche confusione nei ruoli.
Il Comando Militare dalla Pozza conferisce lincarico di
addetto militare a Carlo Segato, un giovane ufficiale di artiglieria
appena rientrato dal fronte greco, che ha anche lincarico
di seguire unaltra formazione che si sta organizzando nei
pressi di Recoaro. Segato dà a Renato Ageno, un sergente
delle trasmissioni che si era trattenuto allinterno del
distretto militare di Vicenza come impiegato militarizzato, lincarico
di agire a suo nome come addetto militare e di collegamento con
il gruppo di partigiani che si trova nelle vicinanze di Conco.
Allinterno del distretto militare opera anche il fratello
Oscar Ageno, un fascista dichiarato e conosciuto che, allinterno
della cellula P, ha lincarico di vigilare sulla condotta
politica dei militari del distretto.
Renato Ageno aveva una grande familiarità con gli ambienti
del distretto militare dove cerano ufficiali badogliani
legati al governo che si stava costituendo al sud, ma aveva grande
familiarità con Giovanni Battista Polga, il comandante
della polizia ausiliaria di Vicenza, un feroce repressore delle
formazioni partigiane e autore, con la cosiddetta "banda
Polga", di ruberie e violenze sui contadini per far ricadere
la colpa sui partigiani.
Sette componenti della banda furono arrestati e condannati a
morte dalla magistratura nellagosto del 1944.
Renato Ageno delega le sue funzioni a Elia Girardi abitante a
Cono, ufficiale degli alpini ed ex seminarista.
La convivenza fra le due anime che formano il gruppo di Fontanelle
di Cono è abbastanza difficile, irta di contrasti e di
incomprensioni sul piano morale, specie in merito alla questione
di procedere ad azioni contro il nemico e soppressioni di spie
e avversari. La guerra è efficace se colpisce il nemico
nei suoi beni materiali, nei suoi mezzi di locomozione, nelle
sue attività produttive e nei suoi uomini.
Un altro problema è rappresentato dal desiderio dei giovani
di andare a messa, desiderio lecito, ma pericoloso in una fase
di clandestinità.
Crestani aveva già visto in Spagna cosa poteva succedere
a chi, giovane coscritto nelle Brigate Garibaldi con scarsa motivazione
ideologica, rientrava al paese per fare visita ai parenti o alla
fidanzata. Spesso venivano catturati su indicazione delle spie,
torturati e fatti confessare, mettendo a repentaglio la sicurezza
delle formazioni antifranchiste.
Il recarsi a messa poteva comportare rischi analoghi, meglio
non raccogliere quindi questa richiesta.
I
giovani avevano tutti fra i 16 e i 20 anni con leccezione
di Alfredo Munari di 30 anni, provenivano da paesi della pianura
e da paesi dellAltopiano di Asiago, località permeate
da una mentalità conservatrice, a volte bigotta.
Avevano conosciuto il fascismo solo nei suoi aspetti coregrafici
(le adunate, le parate, i comizi,
) e non avevano particolari
rancori contro il regime come invece avevano i quattro comunisti
che il fascismo lo avevano conosciuto bene. Avevano alle spalle
anni di prigionia, avevano vissuto anni con persone che la pensavano
come loro e nel confino avevano potuto confrontare le loro esperienze
con quelle di altri perseguitati dal fascismo e, soprattutto
Crestani, sapevano come si faceva la guerra.
I quattro comunisti impongono al distaccamento di Malga Silvagno
una condotta aggressiva in piena linea con i dettami stabiliti
dal comando generale delle Brigate Garibaldi. La parola dordine
agire subito era in netto contrasto
con lattendismo che era stato insegnato ai giovani.
A volte degli storici revisionisti contestano la scelta aggressiva
del movimento partigiano ritenendola causa di rappresaglie sulla
popolazione civile e sostanzialmente inutile perché comunque
sarebbero arrivate le forze alleate a liberare il territorio
nazionale.
Churchill e Kesselring, da punti di vista opposti ritennero importante
il contributo della Resistenza perché non permise ai tedeschi
di dispiegare tutto il potenziale militare sulla linea del fronte
costringendo numerose divisioni a svolgere azioni interne anti
parigiane.
La prima azione avviene allalba del 21 novembre 1943 con
lassassinio sulla strada che da Marostica sale a Conco
di Alfonso Caneva, membro di una famiglia fascistissima del Vicentino.
Per inquadrare meglio la famiglia del Caneva bisogna considerare
che tre nipoti della vittima operano nellAsiaghese come
rastrellatori e un quarto nipote, Giovanni battista Caneva, è
federale di Vicenza.
Il Caneva è ucciso perché, come testimonia il parroco
di San Luca di Crosara, utilizzando la sua professione di commerciante
di scarpe ambulante, raccoglieva informazioni e aveva denunciato
molti giovani renitenti alla leva che poi furono deportati in
Germania. Questo omicidio politico suscita un vero tornado di
reazioni sia in ambiente militare che in quello civile in un
periodo in cui il fascismo stava cercando di ricostruire le sue
organizzazioni politiche e militari.
A Marostica si svolge una riunione fra Renato Ageno e un funzionario
del distretto militare mandato apposta per vedere cosa sta succedendo
e come mai questa formazione che loro seguono con interesse abbia
messo in atto questa impennata operativa imprevista. Don Pierantonio
Gios, un sacerdote che si è occupato della Resistenza
nel Vicentino, riporta che la riunione si concluse giudicando
inaccettabile la prospettiva che il comando del distaccamento
potesse finire sotto il controllo dei comunisti.
Il tornado prodotto dalla morte di Alfonso Caneva tornado si
acquieta ma solo per un mese. Dopo lassassinio del Caneva,
il gruppo si sposta da Malga Cogolin a Malga Silvagno, un sito
più lontano da Conco e Marostica, ma con maggiori problemi
logistici perché il nuovo rifugio si trova a 1200 m di
altezza e a novembre fa piuttosto freddo.
Lì vengono a sapere che don Pietro Miazzi, parroco di
Rubbio un paese vicino alla malga, custodiva nella canonica coperte
e tessuti che un commerciante vicentino aveva portato per fare
un po di mercato nero. Si pensa di andare lì e prendere
un po di coperte con lidea che rubare a un ladro
non è poi così grave, ma questa proposta viene
bocciata dai giovani, soprattutto da Luigi Nodari, ex carabiniere,
che ritiene la canonica inviolabile anche se in gioco cè
la salute dei partigiani.
Questo fatto, anche se il problema viene in parte risolto con
larrivo di coperte da valle, inasprisce gli animi e i contrasti,
riportati da vari emmissari, spingono Amerigo Clocchiatti a recarsi
alla viglia di natale a Malga Silvagno per capire come stanno
le cose. Parla con i giovani e si apparta con i quattro militanti
comunisti che lo mettono al corrente della situazione e soprattutto
della disparità numerica fra i giovani, oramai una ventina,
e i comunisti, solo quattro più qualche simpatizzante
allinterno del gruppo. Clocchiatti promette dei rinforzi
e, sceso in pianura, chiede al comando di Canebola linvio
di militanti di provata fede quali Paride Brunetti e i cugini
Germano e Raimondo Zanella di Cadoneghe nel padovano. Clocchiatti
va anche a Schio dove fa presente ai comunisti locali che a Malga
Silvagno cè bisogno di loro.
Ma a Schio erano scottati da quanto successo nei mesi precedenti:
la dissoluzione del gruppo del Festaro, i cinque
componenti arrestati erano al forte San Leonardo a Verona, uno
era ancora allospedale con un proiettile in testa e in
novembre, cera stata la cattura di altri due importanti
elementi, Luigi Sella e Gaetano Pegoraro, saliti in cerca di
armi in Altopiano. Perdita di uomini, di quadri importanti e
armi non invogliavano ad avventurarsi in una nuova missione,
per di più in un contesto confuso.
Bruno Redondi, un emissario del PCI, sale a Malga Silvagno e
presa consapevolezza della situazione, rientrato a Schio, impartisce
lordine di far partire rinforzi verso la malga.
I cinque uomini che giungono alla Malga Silvagno arrivano troppo
tardi.
Giuseppe Banchieri, segretario della Federazione Regionale Comunista
di Padova, nel corso di due sopralluoghi a Schio, farà
in seguito il pelo e il contropelo allorganizzazione scledense
per aver tardato a mandare i rinforzi.
Lavvenimento che porta alla conclusione tragica dellattività
del gruppo di Malga Silvagno accade il 26 dicembre del 1943 con
il secondo attentato mortale portato a compimento dal distaccamento:
luccisione del tenente colonello Antonio Faggion, commissario
prefettizio e podestà di Valstagna per 5 anni.
La sera, con il favore delle tenebre, si attende che il Faggion
esca di casa per recarsi a prendere un bicchiere al Caffè
Nazionale e lo si investe con una raffica di mitra. A questa
azione partecipano Tommaso Pontarolo e due componenti del gruppo
meno politicizzati, un ragazzo giovanissimo e Luigi Nodari, il
carabiniere.
Appena la notizia si sparge in pianura, al distretto militare
succede un terremoto tanto che il giorno 28, quando Ageno scende
dalla malga dopo aver litigato furiosamente con Roiatti sostenendo
che si può fare i partigiani senza colpire i fascisti,
partecipa a una riunione a Vicenza con Carlo Segato, colui che
lo aveva incaricato di tenere i contatti con il gruppo di Malga
Silvagno.
In questa riunione si prepara lassassinio dei quattro comunisti
e probabilmente Elia Giradi torna alla malga per incaricare i
giovani di passare allazione. Il 30 dicembre Ferruccio
Roiatti e Giuseppe Crestani si recano allalbergo AllAlpino
di Fontanelle di Conco, un posto in cui avvenivano incontri e
scambi di corrispondenza, ritenuto sicuro anche per il fatto
che aveva una porta sul retro che portava nel bosco. Come mai
quattro persone così esperte si separano? Probabilmente
le cose non sembravano essere arrivate al punto di rottura e
si confidava nellarrivo di forze da Schio e dal Friuli
a riequilibrare lorientamento politico del gruppo.
Decimo Vaccari di Marostica, Luigi Nodari di Nove, Enzo Possamai
e Giovanni Rossi di Sasso di Asiago, incaricati di sopprimere
i quattro comunisti passano allazione. Lunica testimonianza
dei fatti è del partigiano Milo originario di Milano e
viene rilasciata nel gennaio del 1944 e poi nel giugno del 1945
quando sarà interrogato una seconda volta.
Nel corso delle indagini dichiara che, mentre assieme a Zorzi
sta riassettando larmeria del gruppo ode un colpo di arma
da fuoco provenire dalla cucina adiacente dove si trova Pontarolo
che stramazza al suolo con una ferita alla nuca. Zorzi esce con
unarma dalla armeria per prestare aiuto al Pontarolo, ma
viene falciato dalle raffiche di mitra del carabiniere.
Gli altri due comunisti sono attesi al ritorno nel tardo pomeriggio
in prossimità di una vecchia ghiacciaia costruita in una
cavità carsica di 24 metri di profondità. Crestani
e Roiatti sono attesi presso la ghiacciaia Buso del giasso
e qui vicino, sulla strada che porta alla malga, trucidati alle
spalle e buttati nel buco.
I due uccisi in malga sono sepolti sotto la neve e saranno ritrovati
intatti a metà febbraio con le mani legate davanti e incappucciati,
un particolare, questultimo, che sarà descritto
da un quotidiano locale come di pretta fattura slavocomunista
anche se le vittime erano comuniste.
Il recupero dei cadaveri evidenzia che la testimonianza di Milo
è falsa: il cadavere con il colpo alla nuca non era quello
di Pontarolo, come dichiarato dal giovane partigiano, ma era
di Zorzi.
Zorzi, che nel gruppo svolgeva il ruolo di cambusiere, era stato
accusato dai giovani di dare cibo ai comunisti e negare il cibo
al resto del gruppo, ma lo stato evidente di malnutrizione smentisce
queste affermazioni.
Lipotesi di lavoro che propongo per descrivere gli avvenimenti
è la seguente: Zorzi viene ucciso con un sol colpo alla
nuca da incapucciato (anche se la relazione medica non dice nulla
sul cappuccio) secondo lo schema delle esecuzioni militari in
cui il condannato è incappucciato per evitare che i componenti
del plotone di esecuzione guardino la vittima negli occhi prima
di sopprimerli. Probabilmente, prima dellesecuzione, le
vittime sono interrogate per sapere la destinazione dei due componenti
che erano andati a Fontanelle di Conco e per capire probabilmente
la questione dei rinforzi.
Pontarolo dopo lesecuzione di Zorzi tenta istintivamente
di scappare forse anche grazie al fatto che il cappuccio permetteva
di veder qualcosa, ma viene fermato da un colpo prima alla schiena
e poi frontale allaltezza del cuore.
I quattro comunisti saranno portati al cimitero di Conco, seppelliti
in terra sconsacrata e dopo alcuni anni i resti saranno dissepolti
e buttati nellossario.
Dopo i fatti il gruppo si sposta in unaltra malga a Montagna
Nuova di Dietro con un nuovo distaccamento e con nuovo capo politico.
Elia Girardi recapita a Carlo Segato un biglietto datato il 7
gennaio 1944 e firmato probabilmente dallex seminarista
che fa parte del gruppo in cui è scritto: caro
Segato, si è cominciato bene, il gruppo in montagna nuova
è saldamente costituito, amalgamato e affiatato. Giù
fra una settimana si potrà dare notizie ....
La nuova riorganizzazione non ha vita lunga perché 11
gennaio nella zona di Fontanelle di Conco sio svolge un grande
rastrellamento che porta alla cattura di quattro giovani tra
cui i tre degli assassini. Condotti a Vicenza sono incarcerati,
torturati e fucilati al castello inferiore di Marostica il 14
gennaio: Decimo Vaccari, Luigi Nodari e Giovanni Rossi. Il quarto
fucilato, Bruno Brollo non centrava nulla con i primi tre.
Il
quarto assassino, Enzo Possamai, sfugge al rastrellamento e si
arruola nella Guardia Nazionale Repubblicana, poi diserta in
estate e quindi entra nelle formazioni bianche sui Colli Iberici
dove incontra Ageno. Ma a novembre diserta dai partigiani e si
arruola nella polizia ausiliaria. Il 28 novembre 1944 il comandante
Polga viene ucciso in un agguato in un tratto di strada tra Malo
e Valdagno e Enzo Possamai che il giorno dellomicidio era
stato assente, viene ucciso in caserma con una scarica di mitra
dal suo superiore poco prima che Adelmo Caneva lo interrogasse
sui suoi movimenti del giorno prima.
Le testimonianze del cognato del Piossamai fanno pensare che
il giovane Enzo Possamai si stesse prestando per fare il mediatore
in trattative fra lala moderata della Resistenza bianca
e le colombe della Questura e che il giovane sia stato eliminato
come testimone scomodo di trattative che avevano porato alla
liberazione di partigiani catturati dalla X MAS.
Trattative che si svolgevano già a partire dal settembre
del 1944 e che avevano al centro offerte di collaborazione e
protezione dei prigionieri politici in cambio rassicurazioni
per i loro destini personali a fine della guerra.
Ageno dopo la guerra sarà assunto dallUfficio Informazioni
del CLN e riceverà due medaglie per meriti partigiani,
morirà nel 1950.
Elia Girardi riesce a sfuggire al rastrellamento, catturato in
seguito e rinchiuso in una caserma dei carabinieri, riesce a
fuggire e a rifugiarsi sotto falso nome in una fattoria del trevigiano.
Il 3 maggio del 1945 ritorna a Conco munito di un biglietto del
CLN che gli attribuisce un comando di una battiglione fin dallottobre
del 1943 e forte di questo pedigree partigiano diventerà
primo sindaco di Conco liberata, poi segretario comunale a Tonezza
del Cimone e in seguito fedelissimo di Mariano Rumor, big boss
della DC Veneta.
Nella seconda inchiesta condotta dal PCI a partire da fine maggio
del 1945 sono chiaramente individuati il contesto in cui avvennero
i fatti, gli autori della strage, i mandanti, chi aveva trasmesso
lordine di esecuzione e gli autori di una campagna di diffamazione
messa in atto nei paesi attorno alla malga contro i quattro comunisti
descritti come delinquenti comuni.
Linchiesta termina con la condanna a morte di Carlo Segato
che riesce a sfuggire alla pena e che in seguito sarà
riabilitato.
Linchiesta viene in qualche modo archiviata e si mette
tutto a tacere anche per motivi politici: il quadro politico
stava cambiando, era più utile descrivere la Resistaenza
come un monolito e ragioni politiche spingevano ad sepellire
questa storia in qualche armadio.
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