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Cividale del Friuli

la famiglia Fontanot

Cividale del Friuli - 3 marzo 2017

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Proponiamo qui di seguito i passaggi più significativi degli interventi degli storici Anna Di Gianatonio e Marco Puppini, autori del libro "Contro il Fascismo oltre ogni frontiera" - ed. KappaVu

La famiglia Fontanot è stata una famiglia con un albero genealogico molto ampio, in cui tutti i componenti hanno dato un contributo importante per la difesa dei valori di uguaglianza e solidarietà contro lo sfruttamento e per un mondo diverso da quello che si stava sviluppando allora in Europa.
Una storia che è anche storia di donne che hanno partecipato attivamente alla lotta antifascista, che sono state arrestate, che hanno messo a repentaglio la propria vita e che hanno condiviso con i propri uomini anche le scelte più difficili e rischiose.
Nerina Fontanot è una donna partigiana che ha combattuto in Francia e che all’indomani del 1945 ha raccontato la sua esperienza in Francia e quella dei suoi cugini che avevano combattuto nel Monfalconese e nella Bassa friulana.
Nerina Fontanot è nata il 28 febbraio 1919, è sorella di Nerone e Jacques Fontanot ed è cugina di Spartaco Fontanot tutti 3 caduti combattendo nella Resistenza francese.
Combattenti in un paese, la Francia, che non era la loro patria, ma che li aveva accolti come antifascisti a metà degli anni ‘20.
Nerina è figlia di Gisella Teja e Giuseppe Fontanot entrambi figure note nell’antifascismo monfalconese e triestino. Nei suoi racconti emerge anche la dimensione tragica della Resistenza sia in termini di vite umane che di conflitti che si sono ripercossi nella vita.
Alcune donne ricordano il periodo della Resistenza in modo positivo perché si sentivano libere, non c’era il controllo familiare, montavano in bici e facevano le staffette allontanandosi da casa, dormendo nei fienili e sperimentando un grande senso di libertà. Ci sono poi i lutti, il carcere, le violenze. Fa parte di questa storia drammatica anche il rapporto con il figlio Luciano avuto da Domenico Manera che a due anni viene lasciato alla zia Lucia, che aveva appena perso il figlio Spartaco, perché Nerina deve continuare la Resistenza a Marsiglia e Lione. Questo bambino sentirà il peso dell’abbandono e questo innescherà un conflitto madre-figlio che durerà anni.
Altrettanto problematico è il matrimonio di Nerina con Domenico Manera.
Domenico Manera ha frequentato la scuola superiore umanitaria, una scuola democratica fondata da Filippo Turati che non chiude nemmeno durante il fascismo, e si è diplomato all’Accademia di Belle Arti a Venezia. Durante la Resistenza in Francia si dedica alla falsificazione dei passaporti per i profughi politici, un lavoro delicato che richiede l’uso di materiali particolari e, soprattutto, di grande pazienza. Questi passaporti sono realizzati nella loro casa a Nanterre, in uno scantinato in cui vive da recluso quasi tutto il giorno a fare documenti. La sua eventuale cattura sarebbe un colpo pesante per la Resistenza. Naturalmente questa autosegregazione condiziona la sua vita coniugale e familiare.
I nomi particolari dei familiari Nerone, Nerina, Spartaco, Sparta, Vinicio, Licio, Armido sono derivati dalla lettura di un libro allora molto popolare “Quo vadis?”, un libro che racconta una storia di fede, riscatto, di forti passioni che in qualche modo si trasmettono nella vita di questa famiglia.
I due capostipiti sono Giacomo e Giuseppe Fontanot nativi di Muggia, Giuseppe fa il barcaiolo, Giacomo è operaio nei cantieri triestini poi per lavoro si trasferisce a Monfalcone. La storia di queste due persone è la storia anche del movimento operaio di inizio ‘900 fortemente intrisa di austromarxismo, un movimento che oltre a essere fortemente internazionalista ha molto a cuore
-La famiglia Fontanot in un momento di svago: al centro
-con gli occhiali il padre giovanni, deportato e morto a
-Dachau; sotto in camicia bianca con il mandolino Licio
-Fontanot, alle sue spalle il fratello Vinicio, comandante
-dei GAP, ultimo a sinistra Armido che con Licio ha dato
-il nome alla Brigata partigiana.
la formazione culturale della classe operaia. Questa famiglia partecipa alle lotte operaie dei primi anni del XX secolo, vive la guerra, la profuganza e il rientro, le lotte del primo dopoguerra quando Monfalcone era distrutta dalla guerra e il territorio era malsano.
Le donne spesso si ammalano di malaria e gli uomini lavorano nella fabbrica definita il “cantiere della morte” con incidenti sul lavoro molto frequenti, con maestranze italiana e slovene del Carso, una fabbrica dove si parla di politica e dove il fascismo mostra immediatamente il suo volto ben prima della marcia su Roma.
I Cosulich finanziano delle squadre di operai, cosiddetti a doppia paga, che lavorano in cantiere, ma con una integrazione del salare, aggrediscono gli operai antifascisti o chiunque si ribelli fuori e dentro la fabbrica.
Nel 1921, quando lo scontro fra padronato e classe operaia si fa aspro e cominciano le rivendicazioni per aumenti salariali, riduzione dell’orario di lavoro e migliori condizioni di vita, un gruppo di questi operai entrano in cantiere lanciando cinque bombe che provocano un morto e numerosi feriti. Gli operai dei ponteggi reagiscono buttando materiale di ogni genere nel tentativo di allontanarli.
Nel 1923 i Fontanot sono nella lista nera degli antifascisti, vengono licenziati e per loro si apre la strada dell’emigrazione perché non trovano più lavoro.
Con l’affermazione del fascismo la situazione per la famiglia diventa insostenibile, inducendola ad emigrare in Austria da dove, nel 1927, dovette riparare in Bulgaria, essendo stata partecipe, particolarmente con il figlio Armido, dei moti operai repressi con le armi dal governo di monsignor Ignaz Seipel.
A metà degli anni 30 questa famiglia si divide: una parte rimane in Francia e una parte rientra in Italia, ma essendole stata negata dalla polizia la residenza a Monfalcone, si stabilisce a Ronchi. Qui, nell’ambiente operaio, avviene il contatto con l’organizzazione clandestina comunista e, al sorgere della Resistenza armata del popolo sloveno, si realizza il collegamento anche con esso.
La casa in cui vivevano anche i tre fratelli maschi – Licio, il più anziano Armido e il più giovane Vinicio, con le rispettive mogli e figli – la sorella Wanda con le figlie ed il genero di Armido (il padre, Giovanni, con l’altra sua figlia abitava e lavorava a Pozzuolo del Friuli), divenne il punto di riferimento e di collegamento per il movimento clandestino. L’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza di Trieste, istituito con lo specifico compito dell’azione antipartigiana ed antifascista, nel giugno 1943 colpisce la famiglia Fontanot.
Vinicio sfugge miracolosamente all’arresto ed entra in clandestinità tra i partigiani. Mentre sono arrestati la moglie Nina, Armido con moglie, figlia e genero, Licio e moglie, la sorella Wanda e le sue figlie. Gli arrestati verranno gradatamente liberati ad eccezione della moglie di Vinicio, Armido e Licio, che saranno liberati il 9 settembre per la pressione popolare allora dispiegatasi a Trieste e Monfalcone.
I tre fratelli si ritrovano insieme nella “Brigata Proletaria”, nella quale Vinicio ricopre il ruolo di comandante del battaglione che combatte nella zona di Merna (GO) fino al 27 settembre e successivamente nel “Battaglione Triestino del Carso”, costituitosi nell’ottobre in quel di Opacchiasella, scendendo in pianura con ripetute azioni.
Nel dicembre 1943 a Ronchi vengono costituiti i GAP, Licio e Vinicio – che ne sarà il vice comandante e a fine guerra il comandante del battaglione GAP “Montina” – operano con i GAP. Armido, invece, rimase in montagna.
Licio Fontanot, distintosi per il suo coraggio in numerose occasioni, fu protagonista negli ultimi giorni del luglio 1944 di una eccezionale e drammatica vicenda. Doveva operare uno spostamento dal Monfalconese alla Bassa Friulana e perciò procedeva a piedi e disarmato per passare il ponte di Pieris vigilato da un reparto “repubblichino” fidandosi dei documenti d’identità falsificati, altre volte usati. Quando si accorge di essere seguito da uno squadrista, probabilmente armato, che lo conosceva, accelera il passo e, in vista del posto di blocco sul ponte, corre verso i repubblichini chiedendo loro di proteggerlo dal partigiano che lo inseguiva. Nello scombussolamento che si crea, prosegue la corsa sul ponte, ma I fascisti, accortisi dell’espediente, spararono ferendolo gravemente. Lui, tuttavia, riesce a gettarsi nell’acqua dell’Isonzo, inseguito da altri spari. Trasportato dalla corrente finisce a riva nei pressi di Isola Morosini dove, svenuto, viene trovato e accolto da una famiglia fortunatamente collaboratrice dei GAP.
Curato sommariamente, si ravvisò la necessità di un ricovero in ospedale, ma essendo imprudente un ricovero all’ospedale di Monfalcone, i suoi compagni di lotta lo portano in quello più lontano di San Vito al Tagliamento dal quale, dopo le cure necessarie, viene dimesso precocemente. I medici gli prescrivono un lungo periodo di convalescenza e di inattività. Insofferente di tale condizione e informato della zona in cui si trovava il suo reparto, decise di raggiungerlo, accompagnato da due giovani desiderosi di unirsi ai partigiani. Nel tragitto incappa in un grosso rastrellamento, ma le condizioni fisiche non gli permettono di muoversi con rapidità. Licio è quindi catturato dai repubblichini e riconosciuto, è sottoposto nella caserma Piave di via Lumignacco a Udine a ripetute torture e ridotto al limite di ogni capacità di resistenza.
Piuttosto che recedere dal proprio silenzio, il primo agosto del 1944 il partigiano si suicida, impiccandosi nella cella della caserma.
Poco più di un mese prima era tragicamente morto anche il fratello: Armido Fontanot “Spartaco”.
La sua era stata una vita piena di atti che testimoniano la dedizione alle lotte dei lavoratori per l’affermazione dei loro diritti e per la libertà.
A vent’anni, nel settembre del 1920 nella prima resistenza al fascismo sulle barricate di San Giacomo a Trieste contro le quali intervenne, anche con l’artiglieria, la Brigata “Sassari”; nel 1927 a Vienna nei repressi moti operai, durante i quali rimase ferito, poi, nuovamente in Italia, in carcere e partigiano.Quando, nell’aprile 1944, sulla Bainsizza, si costitusce la 14a Brigata d’Assalto Garibaldi “Trieste”, Armido diventa commissario di uno dei suoi battaglioni, che, tra le prime importanti azioni, partecipa all’espugnazione del presidio di Montespino, nella valle del Vipacco, costituito da alpini della RSI comandati da ufficiali tedeschi.In questa azione sono fatti 75 prigionieri che, per loro desiderio sono inclusi nel reparto partigiano ed affidati ad Armido Fontanot, con cui stabiliscono un cordiale rapporto, reale per alcuni, finto per altri. Successivamente i prigionieri chiedono di poter combattere in Friuli e sono inviati oltre l’Isonzo attraverso le Valli del Natisone, accompagnati e guidati da Fontanot, tanto convinto della loro buona fede da ritenere superflua la scorta che gli viene proposta.
Nella notte del 24 giugno 1944, alcuni di questi, sobillati da ufficiali presenti tra loro, lo trucidano per ripresentarsi tra i repubblichini. Dai pochi ex prigionieri onestamente presentatisi nella “Natisone”, il fatto venne a conoscenza delle organizzazioni della Resistenza e giunge fino alla Slovenia meridionale nella quale si trovavano i partigiani italiani che formarono una nuova Brigata: la “Fratelli Fontanot”, onorandosi del nome di Licio e Armido, eroi della Resistenza. Lo stesso nome sarà adottato anche da un Brigata GAP nella Bassa Friulana.
Vinicio Fontanot, dopo aver partecipato alla battaglia di Gorizia nel settembre del 43, va in montagna nel battaglione triestino poi nei GAP di Monfalcone poi nei GAP della Bassa friulana. In seguito dirà di essersi sentito come un animale ferito che, con due fratelli morti e il padre a Dachau, non aveva niente da perdere. Catturato nel 1945 viene liberato e nel dopoguerra subirà un processo perché accusato di aver ucciso un fascista e avergli rubato il portafoglio. Il processo terminerà con l’assoluzione.
(...)
Della famiglia Fontanot non possono essere dimenticati il vecchio padre, Giovanni, nato nel 1873, partigiano a 71 anni, arrestato nel dicembre 1943, deportato nel lager di Dachau e morto nel marzo del 1944, né il genero di Armido, Mario Campo, partigiano dell’intendenza “Montes”, pure lui deportato a Buchenwald dove morì.
A Monfalcone, Ronchi, Staranzano e altrove nel Monfalconese vie o altri siti pubblici portano il nome dei Fratelli Fontanot. Ma anche a Nanterre, nell’immediata periferia di Parigi esiste una via: la “rue trois Fontanot” ed una tomba nella quale sono sepolti i resti e custodita la memoria dei tre giovani cugini Fontanot – Nerone, Jaques e Spartaco – caduti per la libertà che il Comune francese ha voluto sia colà conservata. Erano i figli di Giuseppe Fontanot e di Gisella Teja e di Giacomo Fontanot e Lucia Fumis (sorella di Romano Fumis commissario dei GAP del Monfalconese e della Bassa Friulana, catturato e morto nella caserma Piave di Palmanova).
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