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ANPI
Cividale del Friuli

un campo di concentramento
fascista:
Gonars 1942-1943

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Sui libri scolastici di storia, ma anche su libri di divulgazione storica e su enciclopedie autorevoli, non si parla dei campi di concentramento fascisti così come non si parla, se non in modo accidentale, dell'invasione italiana della Jugoslavia, dell'annessione della provincia di Lubiana e delle vicende tragiche che sono alla base delle deportazioni di molti cittadini sloveni e croati.
Quando si parla dell'occupazione della Jugoslavia si "preferisce" attribuirla alle forze germaniche o, più genericamente, alle forze dell'Asse, dimenticando che l'Italia nel 1941 ha aggredito la Jugoslavia, ha occupato e spartito con la Germania parte del suo territorio e ha annesso la provincia di Lubiana, la provincia di Spalato, alcuni territori attorno a Fiume e il Montenegro.
L'Italia nei Balcani non ha ricoperto un ruolo marginale e l'assegnazione a un membro della famiglia reale italiana (Aimone d'Aosta) del trono della Croazia è un ulteriore elemento a sostegno di questa asserzione.
Quando si parla della storia del confine orientale, anche da parte di autorevoli uomini della sinistra italiana, si preferisce parlare di espansionismo slavo. I fatti dimostrano l'esatto contrario: con la fine del primo conflitto mondiale il confine orientale italiano si è progressivamente spostato verso est arrivando a inglobare nel 1941 una ampia fetta del territorio della attuale Slovenia.
L'occupazione italiana determina l'annessione all'Italia di buona parte della Slovenia, in essa viene introdotto fin da subito la legislazione italiana e il bilinguismo obbligatorio, in breve tempo si arriva alla soppressione delle associazioni culturali, politiche ed economiche slovene.
Si creò subito una forte opposizione e già nell'aprile del 1941 è operativo il fronte di liberazione e in ottobre la resistenza è così ampia che il fascismo istituisce nell'ottobre dello stesso anno il tribunale speciale (che fin da subito commina le prime condanne a morte) e poi il tribunale militare di guerra.
Ma questa repressione non era sufficiente a fermare la lotta dei patrioti sloveni e croati cosicché nel febbraio 1942 si ha l'atto più eclatante dell'occupazione italiana: Lubiana viene circondata con il reticolato, viene divisa in 14 settori con numerosi check-point e ogni settore è rastrellato dalle varie divisioni dell'XI Corpo d'Armata della II Armata (che ha la giurisdizione su territorio di Lubiana) e in questa azione si distingue la Divisione Granatieri di Sardegna.
Di uno dei reggimenti di questa divisione è cappellano don Pietro Brignoli che in un diario edito da Longanesi (don Pietro Brignoli - "Santa messa per i miei fucilati" - Longanesi 1973) racconta la dura repressione messa in atto dall'esercito italiano.
Vorrei proporvi alcuni passi da questo diario:

23 luglio

"Altri sei fucilati nello stesso paese."

Di questi sei, quattro erano fratelli. Anche questi smaniarono e piansero fino a strappare il cuore. Ma, come per tutti quelli che avevo assistito prima, le smanie durarono per un quarto d'ora circa, dopo ricevuta la notizia e la certezza che dovevano morire e, quando furono portati fuori, erano, almeno in apparenza, calmi.
E siccome i curiosi li vedevano solo allora, ne concludevano che era gente apatica, alla quale, quasi quasi, facevamo un favore ad ammazzarla. Contro tale opinione dovetti più volte reagire, ricorrendo all'unica ragione che spiega quel fatto: "Prova a prenderti una mazzata sul capo, che ti faccia stramazzare: ti assicuro che, quando ti accoppano del tutto, non reagisci più".
Quegli uomini, prima di ricevere la scarica, eran già morti.
Come lasciammo quel disgraziatissimo paese! Lo abbandonammo con una turba di vecchi senza figli, di donne senza mariti, di bambini senza padri, tutta gente impotente, in gran parte privata anche delle case, ch'erano state bruciate, completamente priva dei mezzi di sussistenza (stalle, pollai, campi: tutto era stato spogliato), li lasciammo ignudi a morir di fame.

L'azione repressiva è molto dura ed è conseguenza della disposizioni emanate dal generale Roatta con la circolare 3 C. Un documento ponderoso pieno di norme attuative della repressione in cui, fra l'altro, è previsto che i villaggi presso i quali c'erano state operazioni di guerriglia devono essere circondati e rastrellati, gli uomini trovati con armi in mano fucilati e le donne e i bambini portati in campi di concentramento.
Nell'aprile del 1942 si dispone il provvedimento che prevede la fucilazione degli ostaggi in caso di uccisione di italiani e collaborazionisti. Nei mesi fra primavera e l'estate del '42 si pone il problema di reperire i luoghi dove internare i rastrellati; inizialmente sono individuate due caserme (con circa 1.000 posti) vicino a Tolmino (allora territorio Italiano interno ai confini stabiliti dal trattato di Rapallo) e qui sono racchiusi i maschi adulti rastrellati a Lubiana e dintorni.
Ben presto queste due caserme si rivelano strutturalmente inadeguate e insufficienti (il numero degli internati era in costante aumento) e così per l'intendenza della II Armata si trova nella necessità di individuare un grande campo di concentramento dove detenere i prigionieri civili sloveni e croati.
Il campo di Gonars si rivela subito come il più adatto a rispondere alle nuove esigenze detentive: è costituito da 2 settori chiamati rispettivamente Campo A e Campo B posti a breve distanza uno dall'altro, è in grado di contenere circa 2.500 persone ed è sorvegliato da 400 soldati (poi diventano 600) e da circa 49 ufficiali.
Nel marzo del 1942 il campo, inizialmente riservato ad accogliere i prigionieri russi (ne arrivarono solo 3), è convertito in campo per internati civili e in esso, all'inizio, sono rinchiusi ex ufficiali dell'esercito jugoslavo. I comandanti della II Armata e le autorità fasciste ritengono che, con la fine della Jugoslavia e l'annessione dei territori occupati, i cittadini sloveni che hanno combattuto nell'esercito jugoslavo debbano essere considerati semplici cittadini italiani (anche se di serie b) e non più soldati nemici e prigionieri di guerra. Questo ragionamento ha conseguenze drammatiche: i prigionieri di guerra hanno infatti diritto ad una serie di garanzie sancite da convenzioni internazionali la cui osservanza può essere verificata dalla Croce Rossa; la detenzione degli internati civili è considerata un affare interno del governo italiano che non richiede il rispetto di particolari trattati internazionale.
Dopo gli ex ufficiali arrivano i primi rastrellati e gli oppositori politici; all'inizio gli ex ufficiali sono rinchiusi nel Campo A mentre i politici sono detenuti nel Campo B e questa divisione si mantiene fino all'ottobre del 1942.
Nel giugno del 1942 a Gonars sono detenute oltre 4.200 persone di età compresa fra i 15 e i 60 anni e la situazione è così difficile che il comandante del campo, Tenente Colonnello Vicedomini, scrive una lettera all'Intendenza della II Armata in cui asserisce che non è più possibile accogliere nuovi internati.
La situazione diventa insostenibile; molti detenuti sono alloggiati in tende e i servizi non sono sufficienti: agli inizi di luglio scoppia una epidemia di dissenteria che in pochi giorni comincia a mietere le prime vittime (alcuni detenuti morirono nell'infermeria del campo altri nell'ospedale di Palmanova). Uno degli internati (ex-maresciallo della marina jugoslava) che nel campo svolge funzioni organizzative, in un diario scritto nel dopoguerra, ci racconta che la vita nell'infermeria era diventata impossibile per il gran numero di malati e per la mancanza di medicinali.
Per far fronte alle difficoltà della situazione, per contenere la diffusione di malattie all'interno del campo e per impedire il diffondersi di epidemie anche all'esterno (nell'estate del '42 si era avuta in Friuli una epidemia di tifo) si decide di sfollare parte del campo portando gli esuberi in altri campi ancora da costruire. All'inizio di luglio furono individuati altri due luoghi di detenzione: Monigo di Treviso e Chiesa Nuova di Padova (in due caserme).
La situazione non migliora perché il numero degli internati continua fino a raggiungere nel settembre del '42 il numero di 6.000 unità. Nel frattempo la repressione i rastrellamenti sempre più frequenti eseguiti dall'esercito italiano nella provincia di Lubiana e nel Gorski Kotar impongono la realizzazione di un campo più grande (in grado di ospitare 20.000 persone) che viene "allestito" nell'isola di Arbe/Rab in Croazia.
Nel luglio del '42 arrivano i primi internati. Il campo altro non è che una piana recintata in cui non c'è praticamente nulla e i detenuti sono alloggiati in semplici tende. I primi internati sono uomini adulti, ma fine luglio arrivano donne, vecchi e bambini a migliaia dal territori a nord-est di Fiume. Non c'è alcuna struttura in grado di garantire l'accoglienza e le stesse fonti militari italiane ci dicono che il mangiare veniva preparato usando taniche di benzina adattate all'uso. La situazione già drammatica precipita a settembre in seguito ad una alluvione. La piana in cui erano detenute migliaia di persone era un avvallamento di raccolta delle acque piovane; in una notte di pioggia molto intensa si riversa sul campo un fiume d'acqua che travolge le tende e causa un centinaio di morti. Si salvano solo coloro che riescono a raggiungere le parti più alte del campo, ma l'alluvione fa perdere loro tutto e le tende e i pochi beni personali sono spazzati via dalla furia delle acque. L'autunno si avvicina e la situazione non può essere peggiore. La voce delle condizioni di detenzione e delle decine di morti al giorno arriva alla Croce Rossa e al vescovo di Velija che si adoperano con forti pressioni perché la situazione migliori.
Il gen. Roatta fa trasferire donne, bambini e vecchi nel campo di Gonars. Nel frattempo gli uomini detenuti a Gonars, per fare posto ai nuovi arrivi, vengono trasferiti in altri campi.
A Renicci di Anghiari (prov. di Arezzo), in un campo che altro non è che un recinto con tende, sono ospitati numerosi uomini provenienti da Gonars. Le condizioni sono difficili e il freddo (siamo a 800 m s.l.m.) e la fame faranno circa 200 morti.
Anche a Gonars la situazione è drammatica e alcuni stralci di lettere di detenuti ritrovati nell'Archivio di Stato di Udine sono indicative della situazione.
Gli stralci di lettere altro non sono che le parti che la Commissione Provinciale di Censura tagliava dalle lettere dei detenuti e ricopiava su veline da inviare al Ministero, ai servizi di informazione e a altri uffici.
Leggiamone alcune
:

"ci affligge innanzitutto la fame e il freddo, siamo vestite insufficientemente. Se avessi saputo ciò che mi attendeva avrei ucciso prima i bambini e poi mi sarei uccisa io stessa, perché non è possibile sopportare ciò che sopportiamo ora ". (trad. letterale dal croato)
Da una lettera scritta al marito detenuto in un campo di lavoro a Zola Predosa in prov. di Bologna

"la mia mano trema dal freddo e dalla debolezza. Francesco sta peggio di me, è debolissimo tanto che mi fa pena a guardarlo. Ieri mi disse che non poteva durare più di un mese. Gli altri uomini stanno peggio di lui, ogni giorno siamo in meno perché muoiono specialmente gli uomini. Il mio povero marito è sano solo che patisce la fame; nessuno di noi tornerà più nelle sue case talmente siamo deboli. Da noi ogni giorno va peggiorando, ogni giorno muoiono dalle tre alle quattro persone (un documento dei Carabinieri di Udine parla di 5-7 morti al giorno - N.d.A.)
Gli uomini cominciano a gonfiarsi e a perdere la vista, poi muoiono. Anche mio figlio si è cominciato a gonfiare e sta per perdere la vista (sintomi tipici della fase che precede la morte per fame - N.d.A.), siamo sempre più deboli, non possiamo stare in piedi dal freddo". (trad. letterale dal croato)

Alla fine a Gonars moriranno circa 500 persone di cui almeno 71 bambini e fra questi 22 nati nel campo.
Il comando del campo di concentramento, quando un internato moriva, faceva firmare ai parenti detenuti, se c'erano, una sorta di liberatoria che avrebbe dovuto prevenire una possibile accusa di appropriazione dei beni del defunto. Ecco ne una:

"Io sottoscritta Vesel Giovanna n. 4975 dichiaro che la mia figlia Nicolina, morta il 30 maggio 1943 non ha lasciato alcuna eredità"

Dai registri del comune di Gonars sappiamo che questa bambina è morta a cinque mesi.
(...)
Si pone il problema se i comandi militari e le autorità di governo erano a conoscenza della situazione in cui vivevano i detenuti. L'affamamento degli internati era in parte dovuto alla cattiva organizzazione, alle ruberie e a fatti contingenti, ma era anche in qualche modo preparato o non evitato.
Quando ci furono le proteste della Croce Rossa e delle autorità religiose, il gen. Roatta ordinò delle ispezioni e furono redatte delle relazioni molto particolareggiate. Una di queste presenta una postilla a mano del gen. Gastone Gambara, comandante dell' XI Corpo d'Armata, che nel dicembre del 1942 aveva sostituito il generale Robotti.

Il gen. Gambara scrive così: "Logico e opportuno che il campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato uguale individuo che sta tranquillo. Ad ogni modo alla lettera rispondere prendo atto e comunicherò al RIBI. Praticamente faremo ciò che ci sembrerà meglio. F.to Gambara"

L'affamamento degli internati è quindi una scelta per permettere il controllo dei campi.
La situazione nel campo di Gonars non è dissimile da quella del campo di Rab (alla fine della guerra a Rab si conteranno ufficialmente 1.500 morti anche se il vescovo di Velia parlerà di più di 4.000 morti).
Su tutto questo c'è in Italia un deficit di memoria. A Rab c'è una sorta di cimitero in cui sono ricordate tutte queste persone, ma non c'è una lapide o un qualcosa che attesti anche una semplice presa d'atto di quanto successo del Governo Italiano. L'unica lapide in lingua italiana è stata collocata nel 1998 da una fondazione privata che da tempo studia i campi di concentramento fascisti.
A Gonars c'è un sacrario voluto dall'allora Repubblica Federativa di Jugoslavia e la tragedia degli internati viene ricordata annualmente anche grazie all'impegno del Comune di Gonars.
Parlavo di un deficit di memoria che è tanto più grave se si pensa che nei campi di concentramento fascisti sono stati detenuti più di 100 mila persone.
Ora si comincia finalmente a parlarne.

Cividale del Friuli, 24 marzo 2014

Alessandra Kersevan