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ANPI
Cividale del Friuli

l'eccidio delle carceri di
Udine del 9 aprile 1945

Cividale del Friuli - 14 aprile 2018

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Proponiamo qui di seguito i passaggi più significativi dell'intervento degli storici Andrea D'Aronco e Fabio Verardo, autori del libro "L'eccidio delle carceri di Udine del 9 aprile 1945" - ed. KappaVu.

Questa ricerca trae origine dal rinvenimento della consistente documentazione archivistica conservata ai National Archives of United Kingdom. In particolare il fascicolo dell'inchiesta per i crimini di guerra della 69th Special Investigation Section ha recato elementi inediti per ricostruire in modo analitico le dinamiche, le cause, i ruoli e le responsabilità dell'eccidio al carcere di Udine del 9 aprile 1945. Un eccidio che rappresenta uno degli avvenimenti più tragici della Resistenza friulana. Una tragicità che deriva dal numero delle vittime (29 partigiani e un agente di polizia), fucilate dopo essere state condannate a morte in un processo farsa svoltosi nel mese di marzo 1945, ma che deriva anche dal fatto che le esecuzioni avvengono negli ultimi giorni di guerra quando i nazisti, che avevano occupato la Regione dopo 8 settembre del 1943, sapevano già quale sarebbe stato l'esito della guerra e sapevano già che le esecuzioni non sarebbero servite a perseguire gli obiettivi della lotta antipartigiana.
L'eccidio è, dal punto di vista storico, abbastanza conosciuto perché si consuma in una città, Udine, e all'interno di una struttura dello stato, le carceri giudiziarie di Via Spalato. È un eccidio che vede fra le vittime alcune figure di spicco della resistenza friulani quali Mario Modotti "Tribuno" e Mario Foschiani "Guerra".
E' un eccidio problematico perché, dopo l'arresto e il processo, passano 25 lunghi giorni prima che la sentenza sia eseguita. In questi 25 giorni accadono molte cose.
Questa strage non ha l'aspetto della rappresaglia perché l'esecuzione si svolge di nascosto e perché i corpi furono nascosti e non si capisce il motivo dell'esecuzione.
Se riprendiamo in mano le fonti, la bibliografia, i documenti dell'Istituto Friulano del Movimento di Liberazione (IFSML), dei processi ai collaborazionisti del dopoguerra e i documenti trovati in Inghilterra, troviamo preziose informazioni sui prodromi della strage, su come i partigiani erano finiti in carcere, su chi li aveva denunciati e sui nomi degli esecutori materiali e dei mandanti.
Si sono rivelati particolarmente utili i documenti prodotti durante l'amministrazione civile alleata della provincia di Udine e, fra questi, un fascicolo sull'eccidio del 9 aprile prodotto dalla 69sima sezione della Sezione Investigazioni Speciali della polizia inglese.
Importante è il ruolo ricoperto da due personaggi: Michele D'Urso, direttore delle carceri giudiziarie di Udine e da Hans Kitzmüller (un interprete) che saranno interrogati per arrivare all'accertamento dei fatti relativi a un eccidio ritenuto un crimine di guerra.
Gli alleati portarono avanti una sistematica ricerca utilizzando forze specializzate di polizia per ricostruire tutte le responsabilità degli ufficiali dell'intelligence antipartigiana da portare davanti a un tribunale. Nei documenti degli alleati si trovano anche documenti tedeschi con gli ordini di carcerazione dei partigiani.
I partigiani fucilati sono catturati nel periodo che intercorre fra il dicembre del 1944 e i primi di marzo del 1945. Provengono da quasi tutti i luoghi del Friuli in cui si svolge la lotta partigiana. C'è anche una rete di collaborazionisti molto estesa, specie nella Bassa, che ne permette la cattura, molti di questi partigiani passano per la caserma di Palmanova e, dopo aver subito numerose torture sono portati a Udine. Altri sono presi armi in pugno in Carnia, altri sono catturati dai cosacchi, altri sono catturati in azioni o sul confine del Friuli orientale .
Udine è il centro di una rete informativa molto estesa che fa capo al comando delle SS e SD (Sicherheitsdienst, Servizio di Sicurezza - servizio informazioni e intelligence delle SS al 1932 al 1945 - considerato a Norimberga come organizzazione criminale) e la SIPo (Sicherheitspolizei, Polizia di Sicurezza - la direzione delle due forze di polizia che si occupavano specificatamente della sicurezza del Reich sotto il profilo politico e criminale).
SD e SIPo avevano un unico comandante, non erano milizie combattenti come le waffenSS e facevano parte di una sorta di ramo civile militarizzato di ex poliziotti o appartenenti a vari rami della polizia tedesca e austriaca distintisi nelle retrovie del fronte orientale in funzone antipartigiana.
Questi comandi decidono come procedere con i partigiani: se processarli, se deportarli, se trattenerli, ...
Il processo che porterà all'eccidio del 9 aprile 1945 e la custodia prolungata che incorre fra sentenza ed esecuzione capitale è funzionale alla repressione: si possono ottenere altre informazioni, si può mettere in crisi chi è rimasto fuori, si possono creare ulteriori tensioni fra le varie anime della Resistenza, …
Il processo è una farsa fino a un certo punto perché, da un lato vuole reprimere il movimento partigiano, dall'altro vuole dimostrare alla popolazione che i tedeschi sono spietati, ma agiscono all'interno di alcune regole.
Non conta che il tribunale sia illegittimo, che non ci sia il diritto di difesa, che il processo duri un giorno, che l'imputato debba difendersi con l'utilizzo di un interprete, che non si sa se il tribunale è civile o militare, …
Ma c'è la ritualità del processo e c'è una sentenza che deve essere eseguita. C'è una procedura da portare a termine che sia funzionale alla repressione e che determini tensioni anche nel movimento partigiano. Ci sono 29 vittime, ma i partigiani processati sono 40, di questi 37 sono condannati alla pena di morte e per 3 il procedimento è rinviato.
Perché poi solo a 29 condannati verrà applicata la condanna a morte?
L'arcivescovo di Udine intercede presso il Gauleiter Friedrich Reiner a Trieste per la grazia riuscendo ad ottenere che i condannati a morte passassero da 37 a 29. Nei 25 giorni che intercorrono fra la lettura della sentenza e l'esecuzione si gioca molto su chi riceverà la grazia e chi no.
A complicare le cose interviene l'arresto il 13 marzo 1945 a Moruzzo lo Stato Maggiore dell'Osoppo che viene portato in carcere senza che i componenti siano riconosciuti. Saranno liberati assieme ad alcuni garibaldini il 25 marzo e nei giorni successivi, con uno stratagemma di don Emilio De Roja (certificati di scarcerazioni falsificati su originali usati forniti da Hans Kitzmüller).
I tedeschi se ne accorgeranno quando troveranno scarcerato uno che doveva essere interrogato: arresteranno il direttore delle carceri, il capoguardia, la spia Ziroglia, le guardie e i tedeschi di guardia alle porte.
In gran parte i condannati sono garibaldini (27 su 29) e i graziati sono tutti osovani. Questo crea una frattura all'interno della Resistenza e probabilmente anche dentro i garibaldini.
Probabilmente la differenziazione fra garibaldini e osovani era cominciata già a marzo 1945 quando, chi dirige il carcere, discrimina i due gruppi all'insegna del "divide et impera", ma le frizioni nella Resistenza sono comprese dai nazisti già dall'estate del 1944. L'eccidio potrebbe essere stato un segnale del tipo: "Qui comandiamo ancora noi" ed è stato usato per terrorizzare il movimento partigiano e la popolazione, in un momento in cui la Resistenza si sta rafforzando. Ma il diverso treattamento fra partigiani, può essere stato utile a non chiudere tutte le porte alla fuga.
Perché chiedere ai condannati a morte pochi giorni dopo la sentenza se uno è garibaldino o osovano? Questo ha senso per chi sta in carcere e aspetta che ogni mattina arrivi un camion a portarli via. I partigiani comunicano con l'esterno e le lettere dal carcere vanno fuori ed entrano. I 25 giorni esasperano i condannati a morte che aspettano una grazia o una azione partigiana come quella del 19 febbraio 1945 che li liberi o l'arrivo dei alleati o la complicità di qualcuno dall'interno del carcere che capisca che il tempi stanno cambiando.
(...)
L'esecuzione avviene in forma "riservata" all'interno del carcere senza un plotone di esecuzione, ma con l'uso di un mitragliatore. I condannati sono uccisi in tre scaglioni e sono coperti da una specie di steccato a negarne la vista anche agli altri detenuti. I cosacchi ripuliscono l'area dell'esecuzione e mettono il gesso sui muri a coprire i buchi delle pallottole. Un camion porta quindi i cadaveri dei condannati al cimitero di San Vito a Udine per una veloce sepoltura.
Il custode del cimitero prende un po' di tempo per identificare i morti e fotografare quelli che non riconosce e aspetta un po' che arrivino i parenti.
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