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ANPI
Cividale del Friuli

Commemorazione dei
"Martiri della Libertà"
intervento ufficiale dello storico
Federico Tenca Montini - 15 dicembre 2019

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Sezione di Cividale del Friuli
Città decorata con Medaglia d’Argento al V.M. per i fatti della Resistenza


Sono onorato nel prendere la parola in occasione dell’importante 75° anniversario dell’eccidio del Martiri della Libertà, trucidati dai militari fascisti repubblichini del 5° Reggimento di Difesa Territoriale all’alba del 18 dicembre 1944. Dell'opportunità concessami ringrazio l'Anpi e l'amministrazione comunale. Si tratta peraltro di un momento in cui è particolarmente importante commemorare le vittime del nazifascismo, stante anche la grave provocazione con cui ieri dei neofascisti hanno tentato di giustificare l’assassinio di cinque antifascisti sloveni, avvenuto ad Opicina nei pressi di Trieste nel 1941.
Il contesto in cui maturarono le condizioni per l’eccidio che si commemora oggi è noto. Dopo l’Armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943 il Terzo Reich diede immediatamente seguito al Fall Achse, il progetto, già pronto da tempo, di occupazione della penisola italiana in caso di sfilamento dell’Italia dall’Asse. Nel centro-nord venne creata la cosiddetta Repubblica Sociale Italiana, lo stato fantoccio retto da Mussolini in cui il fascismo ridestato dai nazisti prolungò di ancora quasi due anni, in forma ancora più estrema, la propria opera fratricida, simboleggiata dall'uccisione dell'ex Ministro degli esteri Ciano ordinata da Mussolini nonostante questi fosse il marito della figlia Edda.
Mentre nel resto d’Italia la calata dei nazisti pervertiva ulteriormente l’esercito e gli apparati di Stato italiani aprendo le porte alla guerra civile, una sorte diversa toccava alle regioni divenute italiane all'indomani della Prima guerra mondiale, gli odierni Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, trasformati rispettivamente nell'Operationszone Alpenvorland e, con un’estensione che abbracciava l’Istria e la Provincia di Lubiana già annessa illegalmente dal fascismo, nell'Operationszone Adriatisches Küstenland.
A varcare le alpi nell'autunno del 1943 è una Germania che, dopo la sconfitta a Stalingrado e lo sbarco degli Alleati in Sicilia ha già virtualmente perso la guerra, ma soprattutto un regime che, obnubilato dal primato accordato alle ossessioni dei suoi capi, ha perso il primato bellico e tecnologico, a conferma del fatto che un sistema politico basato su credenze irrazionali, isolamento e razzismo non possa generare altro che orrore e regresso – una lezione importante in questi tempi di antiscientismo dilagante, di ritorno all’”uomo forte” in più parti d’Europa e in cui, per un malinteso concetto di libertà d’espressione, viene data agibilità a gruppi ed idee fasciste. L’Unione Sovietica aveva conquistato il primato sui campi di battaglia grazie al carro armato modello T-34 già nel 1941. Nel giugno del 1942 morì Reinhard Heydrich, uno dei principali ideologi del regime, che a seguito dell'attentato ordito a Praga da ambienti di intelligence inglese venne ucciso dalla setticemia perché curato con dei farmaci obsoleti. Fino alla fine della guerra i treni stipati di ebrei inviati al massacro ebbero la precedenza su tutti gli altri convogli, compresi quelli militari. Infine, sarebbero stati proprio alcuni scienziati ebrei fuggiti dal nazismo dilagante a dare un contributo decisivo, negli Stati Uniti, alla realizzazione della bomba atomica.
Nonostante gli Alleati avanzassero su tutti i fronti, il nazismo infuse però sforzi disperati nel tentativo di restaurazione di uno spazio politico germanico tale da raggiungere l'Adriatico. Non guasterà sottolineare che i tedeschi giunsero qui per rimanervi. Nella ristretta cerchia attorno a Hitler si vagheggiava addirittura estendere il proprio dominio a Venezia. Se la guerra si fosse conclusa in maniera diversa, quindi, l’intera area sarebbe stata sottoposta ad un’intensa germanizzazione, non diversa da quella predisposta in altre parti dell’Europa centrale. A venire impiegato nell’ Adriatisches Küstenland fu soprattutto personale austriaco: Friedrich Rainer, Gauleiter di Carinzia nella quale funzione aveva già avuto a che fare con il movimento partigiano jugoslavo in Slovenia settentrionale, ed Odilo Globocnik, un ufficiale delle SS di origine triestina e slovena che nel corso della propria carriera aveva già mostrato i tratti che i nazisti avrebbero impresso all’amministrazione di questa regione: rapacità – era stato coinvolto in traffici di valuta estera oltre ad appropriarsi dei beni degli ebrei assassinati in Polonia – ed attitudine all’assassinio. Si trattava infatti di uno degli esperti di sterminio di massa che in Polonia avevano organizzato l’operazione Reinhard, ovvero la creazione dei primi campi di sterminio di Belzec, Sobibor e Treblinka. La sua presenza a Trieste, assieme a quella di Christian Wirth, sono alla base della valutazione dello storico Enzo Collotti, per cui l’esperienza fatta dai nazisti con gli ebrei in Polonia venne impiegata nell’Adriatisches Küstenland contro il movimento partigiano che nella zona di contatto con la resistenza slovena, già pienamente operativa perché avvezza a lottare contro l’occupatore fin dall’invasione fascista e nazista della Jugoslavia nel 1941. I perversi saperi di Treblinka vennero quindi infusi nella Risiera di San Sabba a Trieste, dove, nell’unico forno crematorio allestito sul territorio italiano, sarebbero stati bruciati i corpi di 3.500 partigiani – mentre 8.000 prigionieri per lo più ebrei vi vennero concentrati prima di essere deportati ad Auschwitz.
Non fu la Risiera l’unica delle strutture deputate ad una guerra antipartigiana che poco ha in comune con quella combattuta nel resto d’Italia. Il fascismo aveva già sconvolto i fragili equilibri di queste terre di confine dapprima con le note politiche di discriminazione della popolazione slovena e croata e poi, in autonomia rispetto al nazismo, con le infami leggi razziali annunciate a Trieste nel 1938, Si trattò di due filoni di una politica razzista, irrazionale e intrinsecamente connaturata ai regimi fascisti, che aveva trovato la propria macabra sintesi nel campo di concentramento di Rab/Arbe, in cui trovarono la morte per fame e malattie almeno 1.500 persone – e in altri tra cui quelli di Visco e Gonars.
Nella situazione con la quale il fascismo aveva già predisposto un terreno fertile per le vendette che avrebbero avuto luogo alla fine della guerra, bastò un intervento minimo perché personale e strutture già rodati nella loro opera criminale subissero un’ulteriore evoluzione mortifera. Fu il caso della Caserma Piave di Palmanova trasformata in centro di tortura e massacro per i partigiani della bassa friulana, come qui della caserma di via Udine, posta così strategicamente a guardia delle valli.
A titolo di esempio, l’8 aprile del 1944 il comitato locale del Partito comunista sloveno per la Slavia Veneta faceva rapporto così alla sua centrale:
“alla postazione 24B hanno arrestato il comandante e il corriere. Il comandante l’hanno orrendamente torturato, ma quello nonostante la sofferenza non ha affatto tradito, ma invece con le parole: “a noi la vittoria, a voi la sconfitta” è andato a morire eroicamente”.
I partigiani sloveni avevano stabilito precocemente contatti con gli oppositori italiani al regime, instaurando un rapporto di collaborazione militare e politica che sarebbe andato strutturandosi nel corso del tempo, cementato militarmente nella formazione di unità miste, tra cui la Garibaldi-Natisone cui afferivano gli otto partigiani che siamo qui oggi per ricordare.
Come ricostruisce opportunamente lo storico Rolf Wörsdörfer, “anche nella guerra sull’Adriatico gli avversari dei partigiani comunisti caratterizzarono la figura del Commissario politico come l’archetipo del nemico, dal momento che esso trasmetteva al giovane combattente un canone fondamentale di educazione politica per certi versi diametralmente opposto al “sapere” acquisito nella scuola fascista”. Questo ci aiuta a comprendere come mai – la recente storiografia regionale l’ha recentemente confermato – i nazifascisti abbiano adottato una condotta diversificata nei confronti delle varie componenti della Resistenza, a tutto svantaggio della componente di sinistra che non offriva alcun margine di intesa. La visione del mondo propagandata dalle forze di sinistra era inerentemente incompatibile con i disvalori propagandati dal fascismo; considerazione da tenere a mente nel momento in cui viene proposta, attraverso una serie di semplificazioni, l’equiparazione tra totalitarismi. La posta in gioco era nella promessa di edificazione di una società – le cui premesse sono peraltro ancora attuali – basata su una visione razionale della realtà, sull'attenuazione delle differenze sociali, sull'abolizione delle differenze tra gli uomini e di quelle tra uomo e donna - non è un caso che i nazifascisti si accanissero sulle donne - come dimostra, nell’analisi dei fucilati nelle “Fosse del Natisone”, la figura della staffetta partigiana ventiduenne Maria Peressin - nonchè sulla costruzione di rapporti tra popoli e nazioni di tipo nuovo.
Il Terzo Reich in decomposizione reagì dispiegando forze eterogenee in rotta nel totale disprezzo del territorio. Cividale venne occupata da un reparto di Afrika Korps mentre per tutta la regione venne riversata una messe di popoli che si trovarono invischiati nel nazismo per incidenti della storia o calcoli politici illusori, come le varia formazioni provenienti dal Caucaso o i noti cosacchi cui era stata promessa una nuova patria in Carnia, una situazione descritta nell’intitolazione della medaglia d’oro al valore militare a Udine e al Friuli, per cui:
il tedesco guidava e lanciava, in disperati sforzi, orde fameliche di mercenari, mentre il livore fascista a servizio delle barbarie tradiva il generoso sangue del popolo.
Si deve peraltro rilevare che molti degli aderenti a queste formazioni ebbero modo di riscattarsi disertando a vantaggio delle formazioni resistenziali soprattutto slovene, cui li univa una certa familiarità linguistica. È il caso di Mehdi Huseynzade – Mihajlo che sarebbe caduto in un’imboscata a Vitovlje nel novembre 1944 e che oggi è venerato come uno degli eroi nazionali azeri, ed è certamente anche il caso dei soldati di origine asiatica che figurano tra le vittime delle Fosse del Natisone.
Nell’Adriatisches Küstenland, in cui le autorità naziste allo sbando non riuscirono mai ad esercitare un vero controllo demandando la gestione del territorio ad un mosaico disorganizzato di forze e formazioni eterogenee che innescò una spirale di massacro, in cui la percezione, via via più acuta con lo scorrere dei mesi, che la situazione stesse volgendo al peggio per le forze dell’Asse sprigionò gli istinti sadici di carnefici posti all’infuori di ogni effettivo controllo in una sorta di cupio dissolvi che abbracciò gli ultimi mesi della guerra e avrebbe scavato fossati di odio incolmabili per decenni.
Ancora, a guerra finita, le vittime di tanta desolazione avrebbero atteso a lungo il meritato riconoscimento. Le logiche della Guerra fredda, che in quest’area di confine si svilupparono precocemente, stesero un velo di oblio e sospetto sulla Resistenza slovena e in generale sull’apporto, pur preponderante, delle forze di sinistra alla Liberazione. In un quadro di generale predominio delle ragioni della politica internazionale su quelle della giustizia umana, si arrivò al punto di concedere nel 1954 una medaglia di bronzo al valore a Gaetano Collotti, il dirigente dell’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia – la famigerata Villa Trieste a Trieste – per il solo fatto che questi era stato ucciso dai partigiani jugoslavi alla fine di aprile 1945. In un dopoguerra in cui la foga della ricostruzione e della normalizzazione ha scavalcato la necessità di una riflessione sul tragico lascito dal conflitto, la sua stessa eredità materiale -i campi di concentramento e i luoghi simbolo dell’oppressione - è stata consegnata all'oblio e all'incuria, mentre le misure speciali di amministrazione postbellica finirono per erigere nuovi steccati tra le diverse componenti della popolazione della fascia confinaria – anche qui – deprivando fino ad anni recenti i territori delle giuste opportunità di sviluppo sociale ed economico.
Con il ricambio generazionale, negli anni Settanta una prima serie di iniziative – promosse anche dall'Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, con cui mi onoro di collaborare – hanno finalmente indagato il passato con l'intento di sottrarre, attraverso quantificazioni precise del numero delle vittime della Seconda guerra mondiale, la storia alle speculazioni. Allo stesso torno di tempo appartiene il volume in cui Giuseppe Jacolutti ha raccolto le – purtroppo scarne – informazioni sulle stragi delle fosse del Natisone, meritoriamente dato alle stampe con il contributo dell'amministrazione comunale di Cividale di allora. Ancora più recentemente sono finalmente stati posti in essere i giusti interventi di valorizzazione di luoghi pregnanti della memoria della repressione nazifascista in regione quali la Caserma Piave di Palmanova.
Molte ricerche sono ancora da compiere, e molte iniziative devono essere ancora intraprese per acclarare la portata degli eccidi delle fosse del Natisone nonché, per quanto possibile, per restituire nome e dignità a tutti i caduti. Intanto il minimo dovere che la cittadinanza democratica ci impone è ricordare i nomi dei martiri della libertà che, poco più che ventenni, offrirono la loro vita in sacrificio per un domani migliore:
Rodolfo Bastiani di anni 32 da Cormons
Aldo Failutti di anni 21 da Saciletto
Giacomo Impalà di anni 20 carabiniere da Santa Lucia del Mela (ME)
Anton Marinic di anni 18 da Dobrovo (Slovenia)
Franc Pahor di anni 28 di Opatje Selo (Slovenia)
Lodovico Puntin di anni 19 da Aquileia, nome di Battaglia “Sam”
Severino Rocchetto di anni 19 da Palazzolo dello Stella
Stojan Terpin di anni 19 da Vipolže (Slovenia)

Ma ricordiamo anche le poche, tra le vittime delle fosse del Natisone, il cui nome è stato tramandato fino a noi:
Antonio Rieppi, Aloisio Zorzi, Angelo Alpassi, Guerrino Bini, Emilio Cicuttini, Mario De Faccio, Lorenzo Della Pietra, Alcide Deslizzi, Provino Flocco, Domenico Gerini, Eugenio Gregoratti, Carlo Gregoris, Michele Islochi, Antonio Martinelli, Valentino Menig, Bruno Passon, Maria Peressin, Polzkin Guglielmo, Paracino Erasmo, Italico Tempo

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l'intervento del relatore

Federico Tenca Montini

 

 

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