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ANPI
Cividale del Friuli

L'attività clandestina
del clero sloveno
durante il fascismo

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estratto dall'intervento di Egon Pelikan

Sulla storia chiesa nella Venezia Giulia è stato scritto molto. Sul versante della storiografia italiana primeggiano i lavori di Giovanni Miccoli, Luigi Tavano, Paolo Blasina, sul versante sloveno importanti sono i contributi di Milica Kacin, Jože Pirjevec, ...
Due novità nell'ultimo decennio sono fondamentali dal punto di vista delle fonti: l'apertura dell'archivio del deputato .... conservato da privati che costituisce l'archivio del movimento cristiano sociale nel periodo fra le due guerre e l'apertura dell'archivio del Vaticano del periodo del pontificato di Pio XI. Oggi è quindi possibile delineare i rapporti fra Chiesa e Stato nella Venezia Giulia da ben 4 punti di vista documentali:
1) gli archivi locali delle autorità ecclesiastiche e laiche;
2) gli archivi statali custoditi a Roma;
3) gli archivi del movimento cristiano sociale;
4) gli archivi del Vaticano per il periodo fra il 1922 e il 1930.
Il clero sloveno e croato ha giocato un ruolo importante nel movimento e nell'ideologia nazionale dei cosiddetti popolo senza storia. Dopo la I Guerra Mondiale il clero sloveno credette di mantenere un ruolo importante nel movimento nazionale dal punto di vista politico, economico e culturale. Un altro elemento importante è rappresentato dalla firma del Concordato fra il Vaticano e il Fascismo e il successivo cambiamento nell'atteggiamento del Vaticano e delle autorità politiche verso il movimento cattolico degli sloveni e dei croati e verso le minoranze slovene e croate. L'intreccio di questi elementi creò non pochi problemi formali con la necessità di allineare i confini politici e diocesani. una necessità che è alla base della domanda su come la Chiesa deve adeguarsi ai cambiamenti della realtà confinaria. Tra le due guerre il concetto cardine su cui ci si orienta nei rapporti all'interno della chiesa è la "romanizzazione" della Chiesa locale. Il secondo problema del Vaticano è di natura politico-tattica e il disegno del Vaticano nella Venezia Giulia di manifesta in continue concessioni a favore del regime che intrappola la minoranza nelle maglie di un rapporto fra regime e autorità ecclesiastica che si fa sempre più stretto. Il terzo problema è la convergenza ideologica e politica fra Vaticano e Regime che si manifesta in un intervento concordato contro le minoranze slovena e croata. Il quarto problema riguarda i delicati equilibri all'interno della gerarchia ecclesiastica giuliana e gli intrighi fra i vari dignitari ecclesiastici intrighi dell'Amministratore apostolico Giovanni Sirotti contro Luigi Fogar o del suo successore nella sede dell'Arcidiocesi di Gorizia, Carlo Margotti. La seconda parte in causa è il clero sloveno e croato. Per comprendere appieno il suo ruolo dobbiamo riflettere sulla sua funzione nel periodo antecedente la I Guerra Mondiale. Il clero sloveno croato è stato elemento trainante di iniziatine nazionali, culturali e politiche. Dopo il 1918 il clero non riuscì a comprendere la nuova situazione politica e che le iniziative nazionali e politiche non erano più ammissibili nel nuovo Stato che presto sarebbe diventato fascista. Questi atteggiamenti generarono azioni sempre più estreme da parte del Vaticano che non riuscì, nella Venezia Giulia, a stabilire una situazione di collaborazione fra la Chiesa e regime come era riuscito a fare a livello statale. Il clero sloveno e croato attraverso la sua attività clandestina e irredentista violò la legge dello stato fascista e quasi 300 sacerdoti si organizzarono in modo clandestino finanziati dal regno jugoslavo. Il regime ebbe meno problemi e con continue richieste, ricatti e concessioni chiese al Vaticano di mettere ordine nella Chiesa giuliana. I sacerdoti nazionalisti sloveni e croati, come venivano chiamati nei documenti vaticani, furono abbandonati al loro destino. Le autorità fasciste e ecclesiastiche conversero verso lo stesso obiettivo: allineare i confini nazionali con quelli politici e cambiare la struttura nazionale della gerarchia ecclesiastica. Furono introdotti nuovi provvedimenti restrittivi come il divieto dell'uso della lingua slovena nelle prediche e, nel 1933 nella Slavia Veneta l'assoluto divieto di usare lo sloveno in chiesa. In verità la politica del Vaticano, seppure in modo più sofisticate e sottile, ebbe lo stesso obiettivo della politica fascista: "cuis regio, eius religio".

estratto dall'intervento di Jože Pirijavec

I sacerdoti sloveni e croati che vivevano fra '800 e '900 nella nostra zona (Trieste, Istria, ... - N.d.R.) hanno svolto un ruolo fondamentale nella formazione della coscienza nazionale delle popolazioni in un contesto, l'Impero Asburgico, in cui i sacerdoti potevano svolgere anche un ruolo politico oltre che ecclesiastico. In questo senso c'è una grossa differenza fra l'Italia liberale e la Monarchia asburgica anche per il legame particolare che sussisteva fra quest'ultima, la Chiesa e alla Santa Sede. Non dobbiamo dimenticare che Francesco Giuseppe, fra i suoi titoli, aveva anche quello di "Sua Maestà Apostolica" e questo ci aiuta a comprendere meglio il rapporto con la Chiesa e il ruolo della Chiesa in questa realtà politica. Gli stessi vescovi venivano nominati, di fatto, dall'Imperatore e il papa non faceva che approvare la scelta dell'imperatore. I vescovi nella nostra zona erano sloveni o croati perché la maggioranza della popolazione rurale era slovena o croata. Questa situazione, a fine '800 e inizi '900, ha creato molte tensioni nelle città dove la borghesia italiana non si sentiva rappresentata da questi vescovi e dove il rapporto con la chiesa cattolica era difficile. Dopo il 1918 e il crollo della Monarchia asburgica le cose cambiano perché questi vescovi si trovano in una situazione diversa da quella precedente il conflitto e dove hanno a che fare con le autorità italiane che conoscono poco la situazione locale, cercano di rafforzare il proprio controllo politico su queste nuove province e vedono nel clero sloveno e croato un ostacolo. Cercano in qualche modo di decapitare l'intellighenzia perché si rendono conto che, se mettono a tacere gli intellettuali, sarà più facile assimilare, come era il loro proposito, la popolazione locale. C'è un tentativo, anche riuscito, di mandare via intellettuali: maestri, avvocati, medici, impiegati, ... ma è più difficile mandare via i preti perché hanno una sede, una parrocchia. Per questo c'è un attacco contro la Chiesa e lo stesso vescovo di Trieste, nel 1918, viene attaccato nella sua sede dai nazionalisti italiani. Un anno più tardi verrà rimosso e sostituito dal vescovo castrense dell'esercito italiano che, detto per inciso, si comporterà molto bene nei confronti delle popolazioni locali. Il vescovo di Velia che aveva giurisdizione su Velia e su parte dell'Istria e Quarnaro viene addirittura "rapito" dalle autorità italiane e potrà rientrare nella sua sede dopo 2 anni. L'unico che rimane al suo posto è il vescovo metropolita di Gorizia che ha, all'epoca, un ruolo di grande importanza nella struttura ecclesiastica del nostro territorio svolgendo un ruolo di "direzione" rispetto ai vescovati di Trieste, Velia, Lubiana, ...
A Gorizia c'era anche un seminario che forniva ai seminaristi una preparazione universitaria di ottimo livello e i preti che uscivano da questo istituto erano ben istruiti, colti e conoscevano le lingue.
[...]
La politica di pressione nei confronti del clero comincia già sotto l'Italia liberale, molti sacerdoti vengono allontanati dalle loro sedi e mandati al confino in aree disagiate del centro e sud Italia. A un certo punto il vescovo di Trieste scrive al papa Benedetto XII per denunciare la situazione e il papa risponde prendendo le difese del clero locale sloveno. Le conseguenze immediate sono negative: dopo la morte del papa e l'ascesa di Pio XI, il vescovo di Trieste viene trasferito e, al suo posto, viene insediato un vescovo friulano Luigi Fogar che ebbe ben presto vita difficile. Essere vescovo di Trieste è sempre stato molto difficile. Il fascismo nel frattempo accentuò la politica di intimidazione nei confronti della minoranza colpendo i preti locali che, d'altra parte, resistono costituendo l'Associazione di Sacerdoti di San Paolo. Anche il papa vuole "romanizzare" il clero locale e un segno banale di questo atteggiamento è l'imposizione della tonaca a sacerdoti che, nel periodo asburgico, avevano sempre portato la giacca e pantaloni. Si vuole cambiare il loro modo di essere e di svolgere attività pastorale come si faceva da secoli. I preti avvertono queste imposizioni come violenza ma dopo il concordato quando la chiesa si allea con il fascismo., allora i preti si organizzano in modo clandestino. Il clero resiste alla politica fascista e questo, almeno dal mio punto di vista, è un fatto eccezionale nell'Europa del periodo specie se consideriamo che l'insegnamento di San Paolo faceva discendere il potere da Dio e quindi un prete non può opporsi al potere costituito. I preti mandano memoriali a Roma in cui denunciano la situazione, addirittura minacciano uno scisma e mons. Uckmar, splendido latinista, anche in pubblico nel 1930 ribadirà la tesi del diritto degli uomini di rivolgersi a Dio nella loro madre lingua.
Il mancato adeguamento al processo di italianizzazione comporta anche l'allontanamento del vescovo Fogar e l'arrivo, al suo posto, di un vescovo più ligio al fascismo quale mons. Santin. Una situazione complicata che determina nei preti della Venezia Giulia e della Slavia Veneta la consapevolezza di dover difendere il proprio credere tanto contro Mussolini che il papa. Questi preti sviluppano una attività clandestina che cerca di diffondere fra il popolo la cultura slovena e si preoccupano dei giovani affinché possano studiare e costituire una intellighenzia. Durante la II guerra mondiale questi sacerdoti, a differenza di molti altri sacerdoti della zona di Lubiana che appoggiarono il nazifascismo contro il pericolo comunista, appoggiano la resistenza titina con il ragionamento che i comunisti passano, la patria resta. Un atteggiamento che non evitò loro, nel II dopoguerra l'ingratitudine dei comunisti e numerosi problemi. Il regime jugoslavo solo successivamente, con la morte di Pio XII un acerrimo anticomunista e la salita al soglio pontificio di Giovanni XXIII e poi di Paolo VI ha trovato un modus vivendi con la chiesa e ha instaurato rapporto di collaborazione che è andato avanti fino al crollo della Jugoslavia. Con il crollo della Jugoslavia clero della Slovenia assume un ruolo politico ed economico importante rientrando in possesso di beni che il regime aveva nazionalizzato. Con la fine della Jugoslavia il clero alimenta passioni sopite esacerbando contrapposizioni e sposando politiche di destra. In Croazia la chiesa assume il ruolo di difensore della croaticità fino a sostenere che non si può essere croati se non si è cattolici. Questo, in una società secolarizzata come quella croata, apre la strada a un cattolicesimo di facciata.

Cividale del Friuli, 22 giugno 2012

Egon Pelikan e Jože Pirjevec
storici